Oggi ho visto degli occhi piangere. Occhi che normalmente consolano e che oggi invece avrebbero dovuto essere consolati. Occhi esperte di certe cose, ma mai abituati a certe cose.
Nessuno dovrebbe morire prima di aver avuto la possibilità di poter vivere. Succede, e tutte le volte alla domanda "perché?" non c'è una risposta. Non c'è una risposta che possa veramente calmare la rabbia, la sofferenza e le lacrime.
Io ho smesso di cercare la risposta, ho capito che non siamo ancora in grado di dare una risposta. Sappiamo ancora troppo poco del nostro mondo, del nostro universo. Della nostra vita.
Non ho accettato la risposta che "il mondo è ingiusto e uno schifo", e ho capito che anche senza risposta posso agire.
Per una vita che non c'è più, devo agire dando ancora più valore alla mia di vita, che c'è ancora.
Se credo che la cosa ingiusta, senza spiegazioni, di una morte sia il fatto che qualcuno non possa più vivere, l'unica cosa che posso fare è vivere ancora più a pieno la mia vita, che c'è ancora.
È per rispetto di chi non può più vivere, che devo dare senso alla mia vita.
Alla domanda "Come posso dare senso e valore alla mia vita?" So come rispondere.
Scegliendo per la felicità, agendo per migliorare il mondo con passione e soprattutto amando tutto di questa vita, di questo mondo.
Amore, Felicità e Passione.
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lunedì 31 luglio 2017
sabato 11 febbraio 2017
Fare la cosa giusta per me.
Tenere la rotto, ma quanta voglio di mandare tutti a quel paese che mi arriva dalla pancia, che neanche il cuore riesce a calmare. Non riesco a staccarmi dalla sensazione di nausea, mi parlo, mi faccio lunghissimi discorsi, cercando così di calmare la rabbia. Mi continuo a chiedere come è possibile. I fatti mi danno una risposta, ma che non riesco ad accettare. Ho combattuto tutta la vita per non accettare quella risposta, avevo sempre trovato una scusa, una giustificazione. La speranza del riscatto, del mantenere quella promessa mai detta, ma usata sempre per convincermi.
Scrivo, dico cose che poi io per primo non faccio. Dico di mettersi al centro, e poi passo la mia vita a seguire le ragioni degli altri.
Razionalizzo, ho chiaro cosa devo fare. Staccarmi, accettare ma non più subire. Ognuno è padrone del proprio destino, io del mio come gli altri del loro.
Ho sempre cercato un equilibrio, vedere le cose anche dagli occhi degli altri, pensavo fosse un valore, una mia capacità, e così dicevano anche gli altri. Ovvio, agivo per i loro interessi e non per i miei.
Basta far la cosa giusto per tutti, adesso devono iniziare a fare la cosa giusta per me.
Passato qualche minuto e riprendo il post...
Il 2015 è stato un anno fantastico, il migliore della mia vita, alla fine sono passati solo pochi mesi, rispetto a tutti quelli che ho già vissuto, ma non riesco più a ritrovare quell'Alessandro. Mi sembrava tutto possibile, avevo tirato fuori tutti i miei progetti e non c'era settimana che non ne pensassi uno nuovo. Sono nate le idee di ItaliaLetsDoIt, PushASmile, InTrasformazione, Volontari per un Mondo Migliore, Il mio manuale di vita e altre. Ma credo che buona parte del merito di quel cambiamento, che oggi non trovo più, siano stati il lancio con il paracadute e il salto dal ponte, infatti sono due cose che erano giuste per me ma non lo sono state per molti altri.
Scrivo, dico cose che poi io per primo non faccio. Dico di mettersi al centro, e poi passo la mia vita a seguire le ragioni degli altri.
Razionalizzo, ho chiaro cosa devo fare. Staccarmi, accettare ma non più subire. Ognuno è padrone del proprio destino, io del mio come gli altri del loro.
Ho sempre cercato un equilibrio, vedere le cose anche dagli occhi degli altri, pensavo fosse un valore, una mia capacità, e così dicevano anche gli altri. Ovvio, agivo per i loro interessi e non per i miei.
Basta far la cosa giusto per tutti, adesso devono iniziare a fare la cosa giusta per me.
Passato qualche minuto e riprendo il post...
Il 2015 è stato un anno fantastico, il migliore della mia vita, alla fine sono passati solo pochi mesi, rispetto a tutti quelli che ho già vissuto, ma non riesco più a ritrovare quell'Alessandro. Mi sembrava tutto possibile, avevo tirato fuori tutti i miei progetti e non c'era settimana che non ne pensassi uno nuovo. Sono nate le idee di ItaliaLetsDoIt, PushASmile, InTrasformazione, Volontari per un Mondo Migliore, Il mio manuale di vita e altre. Ma credo che buona parte del merito di quel cambiamento, che oggi non trovo più, siano stati il lancio con il paracadute e il salto dal ponte, infatti sono due cose che erano giuste per me ma non lo sono state per molti altri.
lunedì 7 novembre 2016
Ho voglia di vomitare tutto quello che ho dentro ma andrà tutto bene.
La voglia è tanta, forse addirittura è necessità. L'ira è fortissima. Ho voglia di urlare, di incazzarmi e di vomitare tutto quello che ho dentro.
Abbiamo un problema, allora uniamoci per capire la causa e agiamo tutti insieme per risolverlo. Tutti insieme con lo stesso obiettivo. Invece? Invece l'istinto è tirarsi indietro, è cercare le colpe e le giustificazioni per quello che è successo. È questo che mi fa incazzare, è questo che mi fa stare male.
Noi siamo diversi, noi sappiamo che se lo scafo della nave ha una falla, la prima cosa è chiuderla, poi fare in modo che non se ne aprano altre e solo dopo, solo alla fine, capire come mai si è formata la prima e imparare perché non succeda più. Noi sappiamo che non ha senso, che è una pratica suicida, che è una stronzata, guardare la falla e chiedersi chi è stato a farla, di chi è la colpa.
Si, è atteggiamento comune, si, è un brutto atteggiamento comune. Facebook è pieno di post e di commenti di persone che scrivono solo per dire, per indicare, per puntare il dito su chi è il colpevole, il presunto colpevole di questo e di quello. La colpa dei migranti è di questo, la colpa della crisi economica è di quello. Siamo arrivati all'assurdo del dare la colpa del terremoto alla vendetta del Signore per i matrimoni gay.
Pensate, se la prima volta che mi hanno diagnosticato la leucemia mi fossi impuntato a cercare di chi fosse la colpa, pensate poi alla seconda e alla terza volta. Forse è lì, anzi è sicuramente lì, che ho imparato che non serve a niente cercare le colpe, chiedersi il perché è successo proprio a me, ma serve capire le cause, e con la leucemia è già un bel casino, ma soprattutto è importantissimo, è la cosa più importante, concentrarsi sul come imparare da quello che è successo e agire di conseguenza. Dalla mia esperienza ho capito che l'unica cosa che posso fare è godere in felicità ogni istante della vita che mi resta da vivere. Non ho il controllo su quanta vita potrò ancora vivere, ma ho il controllo su come viverla, e qui voglio fare la differenza, e qui devo dimostrarmi di aver capito e devo farlo stando nel qui e ora, stando nel presente, guardando le cose belle della vita e accettando quelle brutte, e lo devo fare con il sorriso.
Se c'è un problema dobbiamo come prima cosa agire immediatamente e con determinazione per arginare e minimizzare i danni causati dal problema, subito dopo cercare le cause del problema per capire come risolverlo e prevenire perché non si ripeta, facendo di questa esperienza un momento di crescita.
È importantissimo in questo processo, avere la consapevolezza delle cose su cui si ha il controllo o comunque la possibilità di agire con efficacia e quelle cose che non dipendono da noi, che non possiamo modificare. Nella fase di risoluzione e prevenzione del problema, non ha senso concentrare energie sulle cose su cui non possiamo influire, devono essere prese come dato di fatto, e concentrare i nostri sforzi sulle cose che possiamo modificare.
Quando si parla di colpa, quando si cerca la colpa, si fa sempre riferimento a persone, ma le persone sono la causa solo se c'è dolo o negligenza, se l'azione è compiuta volontariamente per causare dei danni. In questo caso non siamo davanti a un problema ma a un delinquente che si merita la giusta punizione secondo la legge. In tutti gli altri casi, dobbiamo cercare le cause nelle procedure, nei comportamenti delle persone e non nelle persone, nella non corretta formazione delle persone e nella non corretta consapevolezza delle conseguenze delle azioni.
Quando i problemi sono gravi, più i problemi sono gravi, e più dobbiamo vedere nell'unione delle persone il modo migliore per risolvere questi problemi.
Tutti abbiamo delle capacità e attraverso l'unione e la condivisione di queste capacità possiamo risolvere i problemi. Attraverso l'unione e la condivisione, queste stesse capacità aumentano in modo esponenziale e nessun problema è irrisolvibile.
Questo è uno di quei momenti in cui devo riuscire a chiudere gli occhi, fare un profondo respiro, mettermi il mio miglior sorriso e dire "ANDRÀ TUTTO BENE!" e andrà tutto bene perché siamo un gruppo speciale.
Abbiamo un problema, allora uniamoci per capire la causa e agiamo tutti insieme per risolverlo. Tutti insieme con lo stesso obiettivo. Invece? Invece l'istinto è tirarsi indietro, è cercare le colpe e le giustificazioni per quello che è successo. È questo che mi fa incazzare, è questo che mi fa stare male.
Noi siamo diversi, noi sappiamo che se lo scafo della nave ha una falla, la prima cosa è chiuderla, poi fare in modo che non se ne aprano altre e solo dopo, solo alla fine, capire come mai si è formata la prima e imparare perché non succeda più. Noi sappiamo che non ha senso, che è una pratica suicida, che è una stronzata, guardare la falla e chiedersi chi è stato a farla, di chi è la colpa.
Si, è atteggiamento comune, si, è un brutto atteggiamento comune. Facebook è pieno di post e di commenti di persone che scrivono solo per dire, per indicare, per puntare il dito su chi è il colpevole, il presunto colpevole di questo e di quello. La colpa dei migranti è di questo, la colpa della crisi economica è di quello. Siamo arrivati all'assurdo del dare la colpa del terremoto alla vendetta del Signore per i matrimoni gay.
Pensate, se la prima volta che mi hanno diagnosticato la leucemia mi fossi impuntato a cercare di chi fosse la colpa, pensate poi alla seconda e alla terza volta. Forse è lì, anzi è sicuramente lì, che ho imparato che non serve a niente cercare le colpe, chiedersi il perché è successo proprio a me, ma serve capire le cause, e con la leucemia è già un bel casino, ma soprattutto è importantissimo, è la cosa più importante, concentrarsi sul come imparare da quello che è successo e agire di conseguenza. Dalla mia esperienza ho capito che l'unica cosa che posso fare è godere in felicità ogni istante della vita che mi resta da vivere. Non ho il controllo su quanta vita potrò ancora vivere, ma ho il controllo su come viverla, e qui voglio fare la differenza, e qui devo dimostrarmi di aver capito e devo farlo stando nel qui e ora, stando nel presente, guardando le cose belle della vita e accettando quelle brutte, e lo devo fare con il sorriso.
Se c'è un problema dobbiamo come prima cosa agire immediatamente e con determinazione per arginare e minimizzare i danni causati dal problema, subito dopo cercare le cause del problema per capire come risolverlo e prevenire perché non si ripeta, facendo di questa esperienza un momento di crescita.
È importantissimo in questo processo, avere la consapevolezza delle cose su cui si ha il controllo o comunque la possibilità di agire con efficacia e quelle cose che non dipendono da noi, che non possiamo modificare. Nella fase di risoluzione e prevenzione del problema, non ha senso concentrare energie sulle cose su cui non possiamo influire, devono essere prese come dato di fatto, e concentrare i nostri sforzi sulle cose che possiamo modificare.
Quando si parla di colpa, quando si cerca la colpa, si fa sempre riferimento a persone, ma le persone sono la causa solo se c'è dolo o negligenza, se l'azione è compiuta volontariamente per causare dei danni. In questo caso non siamo davanti a un problema ma a un delinquente che si merita la giusta punizione secondo la legge. In tutti gli altri casi, dobbiamo cercare le cause nelle procedure, nei comportamenti delle persone e non nelle persone, nella non corretta formazione delle persone e nella non corretta consapevolezza delle conseguenze delle azioni.
Quando i problemi sono gravi, più i problemi sono gravi, e più dobbiamo vedere nell'unione delle persone il modo migliore per risolvere questi problemi.
Tutti abbiamo delle capacità e attraverso l'unione e la condivisione di queste capacità possiamo risolvere i problemi. Attraverso l'unione e la condivisione, queste stesse capacità aumentano in modo esponenziale e nessun problema è irrisolvibile.
Questo è uno di quei momenti in cui devo riuscire a chiudere gli occhi, fare un profondo respiro, mettermi il mio miglior sorriso e dire "ANDRÀ TUTTO BENE!" e andrà tutto bene perché siamo un gruppo speciale.
martedì 18 ottobre 2016
Nessuno è perfetto.
Nessuno è perfetto. Tutti abbiamo delle caratteristiche positive e delle caratteristiche negative, delle capacità e delle incapacità. Non conta se abbiamo più positività o più negatività, quello che conta è essere abbastanza umili da ammettere le proprie imperfezioni, quello che conta è cercare di accettare e gestire le negatività ed esaltare e amplificare le positività.
Non è facile, ammettere le proprie negatività in maniera obiettiva, senza vittimismo o rassegnazione, è veramente difficile. Per il nostro cervello, le nostre negatività, quello che non sappiamo fare o facciamo male, sono la miglior scusa per giustificare i nostri comportamenti sbagliati. "Cosa ci posso fare, è che sono fatto così".
Sentirsi vittime, vuol dire non prendersi la responsabilità di poter reagire e agire contro le incapacità, soprattutto se sono le nostre. Una miglior coscienza dei nostri limiti, è il primo passo per poterli superare, così come una miglior coscienza delle nostre positività è il primo passo per migliorarci.
Per dare valore al nostro agire, non dobbiamo solo limitare le nostre negatività, così ci standardizziamo, dobbiamo concentrarci sui nostri talenti, cercando di migliorali sempre di più. Se vogliamo fare la differenza, se vogliamo dare valore alla nostra vita, e soprattutto se vogliamo divertirci, dobbiamo usare e amplificare nostri talenti.
È molto più difficile agire, è molto più faticoso agire, è più facile rimanere fermi a giustificarsi delle proprie mancanze.
L'autocoscienza è importantissima e si basa sul non giudizio, ma sulla capacità di autoanalisi delle proprie caratteristiche e comportamenti. Sull'analisi dei fatti e non delle intenzioni.
Non è facile, ammettere le proprie negatività in maniera obiettiva, senza vittimismo o rassegnazione, è veramente difficile. Per il nostro cervello, le nostre negatività, quello che non sappiamo fare o facciamo male, sono la miglior scusa per giustificare i nostri comportamenti sbagliati. "Cosa ci posso fare, è che sono fatto così".
Sentirsi vittime, vuol dire non prendersi la responsabilità di poter reagire e agire contro le incapacità, soprattutto se sono le nostre. Una miglior coscienza dei nostri limiti, è il primo passo per poterli superare, così come una miglior coscienza delle nostre positività è il primo passo per migliorarci.
Per dare valore al nostro agire, non dobbiamo solo limitare le nostre negatività, così ci standardizziamo, dobbiamo concentrarci sui nostri talenti, cercando di migliorali sempre di più. Se vogliamo fare la differenza, se vogliamo dare valore alla nostra vita, e soprattutto se vogliamo divertirci, dobbiamo usare e amplificare nostri talenti.
È molto più difficile agire, è molto più faticoso agire, è più facile rimanere fermi a giustificarsi delle proprie mancanze.
L'autocoscienza è importantissima e si basa sul non giudizio, ma sulla capacità di autoanalisi delle proprie caratteristiche e comportamenti. Sull'analisi dei fatti e non delle intenzioni.
sabato 15 ottobre 2016
Generazione di supereroi per necessità!
Lo zio disse al nipote:"Da un grande potere derivano grandi responsabilità" ma a noi nessuno disse:"Da un grande casino vi toccano grandi responsabilità".
A noi nati in quella generazione di mezzo fra gli anni '60 e '80, nessuno ha detto che ci sarebbe toccato sistemare i casini fatti dai nostri genitori e nonni, e tutti quelli prima di loro. È proprio così, loro hanno fatto il casino e ora a noi la responsabilità di agire per sistemare le cose.
Tutte le generazione prima della nostra hanno affrontato un sistema di evoluzione molto diverso da quello che stiamo affrontano noi. Hanno affrontato un sistema basato sul migliorare le condizioni di vita, principalmente dal punto di vista economico, del benessere, dei diritti e libertà, rispetto alle generazioni precedente, più semplicemente rispetto a quelle dei loro genitori.
All'inizio, fino a qualche secolo fa era un migliorare la sopravvivenza quotidiana, poi si è passati a una sopravvivenza anche per le generazioni future. Più recentemente, l'evoluzione ha iniziato a riguardare anche gli aspetti del benessere personale e sociali, oltre agli aspetti economici, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 10 dicembre 1948, gli aspetti dei diritti, delle libertà e delle pari opportunità sono diventati importanti. Un sistema evolutivo che guardava al futuro, cercando di migliorare il passato.
La nostra generazione non può cercare solo di migliorare il passato, ma deve soprattutto concentra le energie per risolvere i problemi causati dagli errori nell'agire delle generazioni precedenti. Non voglio condannare nessuno. Escludendo i delinquenti, tutti hanno agito in buona fede, ma senza la completa consapevolezza delle conseguenze nel medio lungo periodo. Anche se potessimo tornare indietro, e fossimo noi al loro posto, senza la consapevolezza che abbiamo oggi, sicuramente rifaremmo quanto hanno fatto i nostri genitori e nonni.
Grazie a quello che sappiamo oggi, siamo la prima generazione che non può pensare solo al nostro benessere e a quello dei nostri figli e nipoti. Siamo la prima generazione che deve pensare e agire per salvare il pianeta Terra. Siamo la prima generazione che ha una scadenza, che non può rimandare, che prima di pensare a se, deve pensare agli altri, al Mondo. La prima generazione che deve porsi dei limiti.
Siamo la prima generazione che deve porsi dei limite, dei limiti per raggiungere quello che è da sempre il nostri primo obiettivo, dare continuità alla specie umana, e grazie alla consapevolezza che abbiamo oggi, questo vuol dire dare continuità a tutto il pianeta Terra e ai suoi abitanti.
È una sfida impegnativa. Le questioni da affrontare sono tantissime e tutte molto complesse e i nostri mezzi sono pochissimi e non abbiamo tempo per tergiversare.
Quando eravamo piccolo, le nostre favole, i nostri cartoni animati narravano di supereroi che dovevano salvare il Mondo dall'invasione dei mostri, dalla distruzione totale. Adesso quei supereroi dobbiamo essere noi, tutti noi.
Lo devo ai miei figli.
Dobbiamo essere supererori ma non abbiamo super poteri, qui nessuna lama rotante o alabarda spaziale, nemmeno un briciolo di raggio fotonico. Cavolo, nemmeno la polvere magica di Pollon.
La nostra arma deve essere l'agire insieme adesso, solo la forza del TUTTI INSIEME ADESSO, può salvare il pianeta Terra.
Quindi smettiamo di fare quello che stiamo facendo, smettiamo di agire sono per noi stessi, di dare la colpa di tutto al nostro vicino di casa e al politico di turno, smettiamo di pensare solo all'oggi e a noi. Rendiamoci conto che questo porterà alla distruzione del Pianeta, forse già alla fine della nostra generazione.
Ai tanti che pensano che sto esagerando, la mia domanda è:"Abbiamo tempo per capirlo?" Non sono abbastanza le evidenze che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi per capire che qualcosa nel pianeta Terra è cambiato?
Sì, fa paura pensarlo, soprattutto se mi sento solo nel pensarlo. Io sono solo, piccolo e il problema è enorme e mi fa molta, moltissima paura. È una paura fortissima: FINE DEL MONDO, fine di tutto per me e per i miei figli. Anche nella bibbia la fine del mondo, l'Apocalisse, è il passo più potente.
I nostri primordiali istinti ci spingono con un'incredibile energia, quella della sopravvivenza, a fuggire dall'idea della fine del mondo, ci porta a non pensarci. A noi il non scappare, a noi il trasformare questa energia in agire per fare il possibile per evitarla questa fine del mondo.
Mentre scrivo questo post, il mio cervello mi sta proponendo mille scuse, giustificazioni per non pensarci, per far finta di niente e per tornare al mio quotidiano, già pieno dei miei piccolissimi problemi. Il mio cervello mi dice:"Non ti preoccupare che alla fine l'uomo se l'è sempre cavata", "i temporali ci sono sempre stati", "tu da solo non puoi fare niente", "che se ne occupino i nostri genitori e nonni, che hanno fatto il casino", "lo risolvano quelli delle scie chimiche", "sono i governanti che ci devono pensare", "tu hai altri problemi", "pensa ai tuoi di problemi", "ci sono troppi interessi che tu non conosci", "è tutta una montatura per tenerci impegnati, mentre c'è qualcuno che fa i suoi interessi indisturbato", "sono solo cose che fanno leggere i giornali" e potrei andare avanti a oltranza, vista la difficoltà del problema il mio cervello dimostra un'incredibile creatività per cercare di convincermi a non fare niente, per non far fatica lui a trovare una soluzione a un problema così grande e difficile. Ma se tutti ci lasciassimo convincere dal nostro cervello e nessuno agisse?
La soluzione è sempre la stessa, il problema è così grande che c'è solo TUTTI INSIEME ADESSO.
Non abbiamo più la giustificazione di non essere consapevoli delle conseguenze del nostro agire, quello che facciamo noi ha una conseguenza, sempre. Dal fare la raccolta differenziata, al buttare per strada un mozzicone di sigaretta, ci sono sempre conseguenze, che possono essere positive o negative. Dall'insultare una persona, al dire buongiorno al vicino di casa, c'è sempre una conseguenza.
Se abbiamo tutti lo stesso obiettivo, cioè migliorare la sopravvivenza di tutti, il benessere di tutti, dare a tutti gli stessi diritti e opportunità e soprattutto salvaguardare il pianeta Terra, se siamo consapevoli delle conseguenze del nostro agire, se agiamo per conseguenze positive e se lo facciamo TUTTI INSIEME allora saremo TUTTI SUPEREROI con i super poteri per sconfiggere i mostri e salvare la terra dalla distruzione totale.
A noi nati in quella generazione di mezzo fra gli anni '60 e '80, nessuno ha detto che ci sarebbe toccato sistemare i casini fatti dai nostri genitori e nonni, e tutti quelli prima di loro. È proprio così, loro hanno fatto il casino e ora a noi la responsabilità di agire per sistemare le cose.
Tutte le generazione prima della nostra hanno affrontato un sistema di evoluzione molto diverso da quello che stiamo affrontano noi. Hanno affrontato un sistema basato sul migliorare le condizioni di vita, principalmente dal punto di vista economico, del benessere, dei diritti e libertà, rispetto alle generazioni precedente, più semplicemente rispetto a quelle dei loro genitori.
All'inizio, fino a qualche secolo fa era un migliorare la sopravvivenza quotidiana, poi si è passati a una sopravvivenza anche per le generazioni future. Più recentemente, l'evoluzione ha iniziato a riguardare anche gli aspetti del benessere personale e sociali, oltre agli aspetti economici, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 10 dicembre 1948, gli aspetti dei diritti, delle libertà e delle pari opportunità sono diventati importanti. Un sistema evolutivo che guardava al futuro, cercando di migliorare il passato.
La nostra generazione non può cercare solo di migliorare il passato, ma deve soprattutto concentra le energie per risolvere i problemi causati dagli errori nell'agire delle generazioni precedenti. Non voglio condannare nessuno. Escludendo i delinquenti, tutti hanno agito in buona fede, ma senza la completa consapevolezza delle conseguenze nel medio lungo periodo. Anche se potessimo tornare indietro, e fossimo noi al loro posto, senza la consapevolezza che abbiamo oggi, sicuramente rifaremmo quanto hanno fatto i nostri genitori e nonni.
Grazie a quello che sappiamo oggi, siamo la prima generazione che non può pensare solo al nostro benessere e a quello dei nostri figli e nipoti. Siamo la prima generazione che deve pensare e agire per salvare il pianeta Terra. Siamo la prima generazione che ha una scadenza, che non può rimandare, che prima di pensare a se, deve pensare agli altri, al Mondo. La prima generazione che deve porsi dei limiti.
Siamo la prima generazione che deve porsi dei limite, dei limiti per raggiungere quello che è da sempre il nostri primo obiettivo, dare continuità alla specie umana, e grazie alla consapevolezza che abbiamo oggi, questo vuol dire dare continuità a tutto il pianeta Terra e ai suoi abitanti.
È una sfida impegnativa. Le questioni da affrontare sono tantissime e tutte molto complesse e i nostri mezzi sono pochissimi e non abbiamo tempo per tergiversare.
Quando eravamo piccolo, le nostre favole, i nostri cartoni animati narravano di supereroi che dovevano salvare il Mondo dall'invasione dei mostri, dalla distruzione totale. Adesso quei supereroi dobbiamo essere noi, tutti noi.
Lo devo ai miei figli.
Dobbiamo essere supererori ma non abbiamo super poteri, qui nessuna lama rotante o alabarda spaziale, nemmeno un briciolo di raggio fotonico. Cavolo, nemmeno la polvere magica di Pollon.
La nostra arma deve essere l'agire insieme adesso, solo la forza del TUTTI INSIEME ADESSO, può salvare il pianeta Terra.
Quindi smettiamo di fare quello che stiamo facendo, smettiamo di agire sono per noi stessi, di dare la colpa di tutto al nostro vicino di casa e al politico di turno, smettiamo di pensare solo all'oggi e a noi. Rendiamoci conto che questo porterà alla distruzione del Pianeta, forse già alla fine della nostra generazione.
Ai tanti che pensano che sto esagerando, la mia domanda è:"Abbiamo tempo per capirlo?" Non sono abbastanza le evidenze che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi per capire che qualcosa nel pianeta Terra è cambiato?
Sì, fa paura pensarlo, soprattutto se mi sento solo nel pensarlo. Io sono solo, piccolo e il problema è enorme e mi fa molta, moltissima paura. È una paura fortissima: FINE DEL MONDO, fine di tutto per me e per i miei figli. Anche nella bibbia la fine del mondo, l'Apocalisse, è il passo più potente.
I nostri primordiali istinti ci spingono con un'incredibile energia, quella della sopravvivenza, a fuggire dall'idea della fine del mondo, ci porta a non pensarci. A noi il non scappare, a noi il trasformare questa energia in agire per fare il possibile per evitarla questa fine del mondo.
Mentre scrivo questo post, il mio cervello mi sta proponendo mille scuse, giustificazioni per non pensarci, per far finta di niente e per tornare al mio quotidiano, già pieno dei miei piccolissimi problemi. Il mio cervello mi dice:"Non ti preoccupare che alla fine l'uomo se l'è sempre cavata", "i temporali ci sono sempre stati", "tu da solo non puoi fare niente", "che se ne occupino i nostri genitori e nonni, che hanno fatto il casino", "lo risolvano quelli delle scie chimiche", "sono i governanti che ci devono pensare", "tu hai altri problemi", "pensa ai tuoi di problemi", "ci sono troppi interessi che tu non conosci", "è tutta una montatura per tenerci impegnati, mentre c'è qualcuno che fa i suoi interessi indisturbato", "sono solo cose che fanno leggere i giornali" e potrei andare avanti a oltranza, vista la difficoltà del problema il mio cervello dimostra un'incredibile creatività per cercare di convincermi a non fare niente, per non far fatica lui a trovare una soluzione a un problema così grande e difficile. Ma se tutti ci lasciassimo convincere dal nostro cervello e nessuno agisse?
La soluzione è sempre la stessa, il problema è così grande che c'è solo TUTTI INSIEME ADESSO.
Non abbiamo più la giustificazione di non essere consapevoli delle conseguenze del nostro agire, quello che facciamo noi ha una conseguenza, sempre. Dal fare la raccolta differenziata, al buttare per strada un mozzicone di sigaretta, ci sono sempre conseguenze, che possono essere positive o negative. Dall'insultare una persona, al dire buongiorno al vicino di casa, c'è sempre una conseguenza.
Se abbiamo tutti lo stesso obiettivo, cioè migliorare la sopravvivenza di tutti, il benessere di tutti, dare a tutti gli stessi diritti e opportunità e soprattutto salvaguardare il pianeta Terra, se siamo consapevoli delle conseguenze del nostro agire, se agiamo per conseguenze positive e se lo facciamo TUTTI INSIEME allora saremo TUTTI SUPEREROI con i super poteri per sconfiggere i mostri e salvare la terra dalla distruzione totale.
martedì 27 settembre 2016
Una sedia a rotelle e scuse inutili - 2^ parte
Leggendo alcuni commenti qui e nella pagina FB, credo di non essere stato chiaro nello scrive il precedente post "Una sedia a rotelle e scuse inutili", l'obiettivo era condividere la mia idea che:
- Quando si sbaglia è molto difficile ammetterlo, soprattutto perché il nostro cervello è lì, subito pronto, a darci una serie di giustificazioni per de-responsabilizzarci dell'errore;
- Se non si ammette che si è commesso un errore, è impossibile imparare da esso. Quindi non bisogna dare credito a quello che ci dice il nostro cervello, altrimenti non ci assumiamo realmente la responsabilità di cambiare, di migliorare per non commettere più quell'errore;
- Valutiamoci sui fatti e non sulle intenzioni, altrimenti ci vediamo sempre migliori degli altri, perché degli altri vediamo i fatti e non le intenzioni, e sui fatti li valutiamo. Sentendoci già migliori degli altri, difficilmente ci viene voglia di migliorare ancora.
In oltre aggiungo qui:
Cosa è lo sbaglio? Una sequenza di azioni o non azioni, che non hanno portato al risultato desiderato. Se non ammettiamo di aver sbagliato, cioè se non ammettiamo che la sequenza di azioni non era corretta, ma giustifichiamo il non raggiungimento dell'obiettivo con fattori esterni, molte volte indipendenti da noi, non potremo imparare che quella sequenza è sbagliata e quindi da non ripetere in futuro.
Se lo sbaglio è stato fatto intenzionalmente, non è uno sbaglio, proprio perchè si è compiuto una serie di azioni che hanno portato volontariamente al non raggiungimento dell'obiettivo dichiarato ma a quello desiderato, il non raggiungimento di quello dichiarato.
- Quando si sbaglia è molto difficile ammetterlo, soprattutto perché il nostro cervello è lì, subito pronto, a darci una serie di giustificazioni per de-responsabilizzarci dell'errore;
- Se non si ammette che si è commesso un errore, è impossibile imparare da esso. Quindi non bisogna dare credito a quello che ci dice il nostro cervello, altrimenti non ci assumiamo realmente la responsabilità di cambiare, di migliorare per non commettere più quell'errore;
- Valutiamoci sui fatti e non sulle intenzioni, altrimenti ci vediamo sempre migliori degli altri, perché degli altri vediamo i fatti e non le intenzioni, e sui fatti li valutiamo. Sentendoci già migliori degli altri, difficilmente ci viene voglia di migliorare ancora.
In oltre aggiungo qui:
Cosa è lo sbaglio? Una sequenza di azioni o non azioni, che non hanno portato al risultato desiderato. Se non ammettiamo di aver sbagliato, cioè se non ammettiamo che la sequenza di azioni non era corretta, ma giustifichiamo il non raggiungimento dell'obiettivo con fattori esterni, molte volte indipendenti da noi, non potremo imparare che quella sequenza è sbagliata e quindi da non ripetere in futuro.
Se lo sbaglio è stato fatto intenzionalmente, non è uno sbaglio, proprio perchè si è compiuto una serie di azioni che hanno portato volontariamente al non raggiungimento dell'obiettivo dichiarato ma a quello desiderato, il non raggiungimento di quello dichiarato.
domenica 25 settembre 2016
Una sedia a rotelle e scuse inutili...
Domenica, tardo pomeriggio. Finalmente qualche minuto da solo a prendere fiato, 4 giorni intensi di Salone. Ne manca ancora uno ma adesso è tutto in discesa. 4 giorni di tanto parlare, fare e sentite. Sorriso sulle labbra, molto soddisfatto. Orgoglioso dei ragazzi, qualche intoppo, alcuni di routine, altri più impegnativi, ma tutti affrontato alla grande e risolti dal bel gruppo che siamo. Tantissimi complimenti per lo stand ma soprattutto sulla nuova formula di servire anche la pasta. Sono felice, stiamo facendo un bel lavoro.
“Alessandro, c’è una Signora in sedia a rotelle, molto arrabbiata, che vuole parlare con il responsabile dello stand”.
‘La rampa... nessuno ha sistemato la rampa’
....
“Signora ha ragione, non posso che scusarmi. Nessuno ha sistemato la rampa e nessuno ha pensato che la soluzione dei tavoli alti con gli sgabelli, non permette alle persone in sedia a rotelle di poter usufruire dello stand come gli altri. Mi scusi veramente.”
Parole inutili le mie, una voce la sua. Chissà quante persone in questi 4 giorni sono passate davanti allo stand e non sono entrate. Non sono riuscite a entrare. Nello stand scriviamo anche che il nostro primo valore sono le persone.
Mentre la Signora animatamente, ma sempre in modo cortese, si lamentava della situazione e dell’arretratezza dell’impostazione dello stand, il mio cervello mi proponeva mille giustificazioni e scuse. "Lo stand è bellissimo, ci hanno fatto un sacco di complimenti", “Ma stiamo promuovendo nello stand la campagna Diamo il meglio di noi del Ministero della Salute e del Centro nazionale Trapianti, per la sensibilizzazione alla donazione degli organi e abbiamo raccolto più di 100 sottoscrizioni...” non è già questa una bella cosa civile e moderna? “Ma stiamo gestendo tutti i rifiuti nello stand in modo differenziato”, non è segno di civiltà e di attenzione? “Ma alle persone in sedia a rotelle ci abbiamo pensato, abbiamo fatto preparare la rampa”. “Ma non posso pensare a tutto.” Perché questa Signora si lamenta? Non vede il bello che stiamo facendo?
Ma la Signora ha ragione, le mie sono solo scuse e giustificazioni per non ammettere di aver sbagliato.
Quante volte ho pensato male di quelli che parcheggiano nei posti dei disabili, li ho giudicati retrogradi, stupidi. Incivili. Quante volte mi sono chiesto perché nel 2016 sono ancora pochissimi gli autobus con la rampa per i disabili. Ho pensato: “che mondo incivile”.
Come sempre le intenzioni sono una cosa e i fatti un’altra.
La Signora ha ragione e io ho sbagliato. Pensavo che lo stand fosse accessibile a tutti, perché io non sono su una sedia a rotelle. Non mi sento in colpa, ho lavorato con onestà e voglia di fare bene, nel miglior modo possibile ma ho commesso un errore. Un gravo errore perché non avevo la giusta consapevolezza.
Per rimediare devo imparare da questo errore. La nuova sfida è invitare la Signora incazzata al nostro prossimo stand a Genova nella primavera 2017.
“Alessandro, c’è una Signora in sedia a rotelle, molto arrabbiata, che vuole parlare con il responsabile dello stand”.
‘La rampa... nessuno ha sistemato la rampa’
....
“Signora ha ragione, non posso che scusarmi. Nessuno ha sistemato la rampa e nessuno ha pensato che la soluzione dei tavoli alti con gli sgabelli, non permette alle persone in sedia a rotelle di poter usufruire dello stand come gli altri. Mi scusi veramente.”
Parole inutili le mie, una voce la sua. Chissà quante persone in questi 4 giorni sono passate davanti allo stand e non sono entrate. Non sono riuscite a entrare. Nello stand scriviamo anche che il nostro primo valore sono le persone.
Mentre la Signora animatamente, ma sempre in modo cortese, si lamentava della situazione e dell’arretratezza dell’impostazione dello stand, il mio cervello mi proponeva mille giustificazioni e scuse. "Lo stand è bellissimo, ci hanno fatto un sacco di complimenti", “Ma stiamo promuovendo nello stand la campagna Diamo il meglio di noi del Ministero della Salute e del Centro nazionale Trapianti, per la sensibilizzazione alla donazione degli organi e abbiamo raccolto più di 100 sottoscrizioni...” non è già questa una bella cosa civile e moderna? “Ma stiamo gestendo tutti i rifiuti nello stand in modo differenziato”, non è segno di civiltà e di attenzione? “Ma alle persone in sedia a rotelle ci abbiamo pensato, abbiamo fatto preparare la rampa”. “Ma non posso pensare a tutto.” Perché questa Signora si lamenta? Non vede il bello che stiamo facendo?
Ma la Signora ha ragione, le mie sono solo scuse e giustificazioni per non ammettere di aver sbagliato.
Quante volte ho pensato male di quelli che parcheggiano nei posti dei disabili, li ho giudicati retrogradi, stupidi. Incivili. Quante volte mi sono chiesto perché nel 2016 sono ancora pochissimi gli autobus con la rampa per i disabili. Ho pensato: “che mondo incivile”.
Come sempre le intenzioni sono una cosa e i fatti un’altra.
La Signora ha ragione e io ho sbagliato. Pensavo che lo stand fosse accessibile a tutti, perché io non sono su una sedia a rotelle. Non mi sento in colpa, ho lavorato con onestà e voglia di fare bene, nel miglior modo possibile ma ho commesso un errore. Un gravo errore perché non avevo la giusta consapevolezza.
Per rimediare devo imparare da questo errore. La nuova sfida è invitare la Signora incazzata al nostro prossimo stand a Genova nella primavera 2017.
sabato 17 settembre 2016
L'insulto.
C'è differenza fra dire "coglione" a una persona e tirarle un pugno in faccia? Per me poca, è la stessa azione ma solo con una diversità di intensità. C'è differenza fra dire "puttana" a una donna e violentarla? Per me poca, è la stessa azione ma solo con una diversità di intensità.
Giudichiamo le azioni anche sulle motivazioni e non solo sugli effetti. Insulto e violenza fisica sono entrambe motivate dalla volontà di fare del male. Nel primo caso è un dolore interno, è morale. Una ferita che non si vede. Nel secondo caso il dolore è anche fisico. Una ferita che si vede.
Se accetto l'insulto verbale, devo accettare anche la violenza fisica. Sono la stessa cosa ma solo con una diversità di intensità. Se accetto l'uso comune dell'insulto, accetto che si agisca con la motivazione di fare del male, quindi accetto l'uso comune della violenza fisica.
Se una persona insulta una donna, è violenza con bassa intensità, se due persone insultano la stessa donna, la violenza aumento di un po', se inizia ad aumentare il numero e le volte che la donna viene insultata la somma dell'intensità di tutti questi insulti supererà la violenza di uno stupro.
Se un ragazzo insulta un'altro ragazzo, è violenza con bassa intensità, se due ragazzi insultano lo stesso ragazzo, la violenza aumento di un po', se inizia ad aumentare il numero e le volte che il ragazzo viene insultato la somma dell'intensità di tutti questi insulti supererà la violenza di un pestaggio.
Se non accettiamo la violenza fisica perché dobbiamo accettare la violenza verbale? Perché se durante una discussione raramente tiriamo un pugno ma spesso insultiamo? Perché ci scandalizziamo davanti allo stupro di una ragazza ma siamo disposti a leggere post e post di insulti alla stessa ragazza, magari insultandola anche noi?
Il cambiamento per un Mondo Migliore parte dalle piccole cose, da gesti quotidiani e semplici, come non insultare e non accettare che gli altri insultino. Insegniamo ai nostri figli a non insultare e che chi insulta fa una cosa sbagliata. Soprattutto diamo noi il giusto esempio non insultando.
Una parte di noi è attratta dalla violenza, è qualcosa legato alla nostra pancia/istinto. Siamo attratti da due persone che si insultano, da due persone che si picchiano. I giornali, le televisioni e i siti internet lo sanno, e costruiscono parte del loro business su questo.
Se vogliamo un Mondo Migliore, sta a noi utilizzare la mente/ragione e il cuore/emozione per superare l'attrazione alla violenza, iniziando dal non insultare e non accettare l'insulto come cosa comune e normale.
Giudichiamo le azioni anche sulle motivazioni e non solo sugli effetti. Insulto e violenza fisica sono entrambe motivate dalla volontà di fare del male. Nel primo caso è un dolore interno, è morale. Una ferita che non si vede. Nel secondo caso il dolore è anche fisico. Una ferita che si vede.
Se accetto l'insulto verbale, devo accettare anche la violenza fisica. Sono la stessa cosa ma solo con una diversità di intensità. Se accetto l'uso comune dell'insulto, accetto che si agisca con la motivazione di fare del male, quindi accetto l'uso comune della violenza fisica.
Se una persona insulta una donna, è violenza con bassa intensità, se due persone insultano la stessa donna, la violenza aumento di un po', se inizia ad aumentare il numero e le volte che la donna viene insultata la somma dell'intensità di tutti questi insulti supererà la violenza di uno stupro.
Se un ragazzo insulta un'altro ragazzo, è violenza con bassa intensità, se due ragazzi insultano lo stesso ragazzo, la violenza aumento di un po', se inizia ad aumentare il numero e le volte che il ragazzo viene insultato la somma dell'intensità di tutti questi insulti supererà la violenza di un pestaggio.
Se non accettiamo la violenza fisica perché dobbiamo accettare la violenza verbale? Perché se durante una discussione raramente tiriamo un pugno ma spesso insultiamo? Perché ci scandalizziamo davanti allo stupro di una ragazza ma siamo disposti a leggere post e post di insulti alla stessa ragazza, magari insultandola anche noi?
Il cambiamento per un Mondo Migliore parte dalle piccole cose, da gesti quotidiani e semplici, come non insultare e non accettare che gli altri insultino. Insegniamo ai nostri figli a non insultare e che chi insulta fa una cosa sbagliata. Soprattutto diamo noi il giusto esempio non insultando.
Una parte di noi è attratta dalla violenza, è qualcosa legato alla nostra pancia/istinto. Siamo attratti da due persone che si insultano, da due persone che si picchiano. I giornali, le televisioni e i siti internet lo sanno, e costruiscono parte del loro business su questo.
Se vogliamo un Mondo Migliore, sta a noi utilizzare la mente/ragione e il cuore/emozione per superare l'attrazione alla violenza, iniziando dal non insultare e non accettare l'insulto come cosa comune e normale.
venerdì 9 settembre 2016
I genitori sono importanti nella vita dei figli? Certo, con il giusto equilibrio.
Nel post del 5 aprile "E poi arriva la sportellata che non ti aspetti..." avevo scritto:
"Tu, mi hai conosciuto come la cosa più fragile e indifesa al mondo. Mi hai visto e aiutato a crescere. Io, ti ho conosciuto come la mia sicurezza, la mia forza. Il mio scudo dai pericoli della vita. Sei stato il mio modello, il mio esempio. Adesso siamo due uomini che si devono confrontare nelle loro diversità, arrivando da percorsi opposti.
Tutto questo condito dai due sentimenti più forti al mondo, quello dell’amore del genitore verso il figlio e quello dell’amore del figlio verso il genitore."
È chiaro il rapporto genitore-figlio è il più complesso e intenso fra tutti i possibili rapporti umani. E' il rapporto che implica al 100% corpo/essere, cuore/emozione, cervello/ragione, pancia/istinto e anima/spiritualità. I cinque elementi che per me formano l'identità di ogni essere umano. Pensate solo all'intensità e alla particolarità del rapporto corpo/essere che c'è fra mamma e figlio. Per 9 mesi sono stati lo stesso corpo/essere ma la mamma ne ha il ricordo e la consapevolezza di ogni istante, per il figlio è impossibile solo anche immaginarlo. Pensate come può essere difficile capirsi in certi momenti, se neanche riusciamo ad avere gli stessi ricordi.
In Italia per i primi venti, trent'anni lo scopo principale di questo rapporto è la creazione dell'identità del figlio, cioè prepararlo ad affrontare autonomamente la realizzazione della sua vita, nel contesto sociale. Fino a qualche generazione fa, questa fase durava al massimo vent'anni, ma aumentando la complessità del sistema sociale, soprattutto in Italia, senza aiuti extra famiglia, la cosa si è notevolmente complicata e i tempi si sono allungati. Consideriamo anche che questo aumento della complessità sociale implica, che la stessa identità dei genitori, è sempre in continua evoluzione e cambiamento e in un rapporto dove l'equilibrio è fondamentale, non è certo un facilitatore.
Veloce parentesi sul fatto che il figlio dalla sua è solo, e i genitori, normalmente sono due. Cosa vuol dire? Che parte importantissima del rapporto genitori-figlio è il rapporto fra i genitori stessi. Sicuramente molto di più del fatto se i genitori siano uno o due. Complicato è il rapporto fra i genitori, complicato sarà il rapporto con il figlio e soprattutto la creazione della sua identità perché si troverà a scegliere fra due visioni diverse, facilmente anche opposte e conflittuali, della vita, senza avere ancora tutti gli strumenti per farlo. Creandogli senso di dubbio e insicurezza.
Il peso del rapporto inizia totalmente sbilanciato sui genitori che partono con l'essere il 100% dell'identità del figlio, come estensione rielaborata della loro. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, con una velocità crescente, l'identità del figlio inizia ad evolversi e ad allontanarsi da quella iniziale 100% coincidente con quella dei genitori. Compito del genitore è proprio quella di guidare e aiutare il figlio nella formazione della propria identità, ricordandosi che per far questo deve in qualche modo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, rinnegare la propria che aveva proiettato su quella del figlio. Immaginate la difficoltà. Da un'identità del figlio 100% coincidente con quella dei genitori, a una che deve diventare al 100% autonoma. Qui i buoni genitori fanno la differenza.
La fase più critica e credo anche più importante per il futuro rapporto genitori-figlio, è la fase della "ribellione" del figlio, quella in cui il figlio vuole prendere gestione della propria identità, vuole scegliere lui e anche se non sempre lo ammette, vorrebbe anche sentirsi dire:"Bravo hai fatto la scelta giusta". Questa è una fase delicatissima del rapporto, perchè da questo momento in poi è fondamentale il giusto equilibrio dell'intervento del genitore nell'identità, nella vita del figlio.
Da questo momento di rottura in poi, cioè da quando il figlio inizierà a voler scegliere da solo, nella sua identità ci sarà una fortissima evoluzione che lo dovrà portarlo alla realizzazione di una propria al 100%. Se non ci riuscirà, avrà per tutta la vita dei forti problemi con se stesso e con i genitori. Facilmente sarà insicura e non crederà in se stesso.
Identità che sarà comunque legata a quella dei genitori perchè è da li viene ma non sarà più quella dei genitori. Situazione facile per il figlio, molto meno per i genitori perchè dovranno accettare che il figlio faccia delle cose che per loro sono sbagliate. Dal distacco in poi, i genitori saranno importanti nella vita del figlio per quanto saranno capaci di trovare il giusto equilibrio fra la loro identità e quella del figlio.
In questa fase il figlio non è cosciente e non ha nemmeno gli strumenti per capire cosa sta succedendo, non è un'evoluzione volontaria e ragionata, a staccarsi dalle scelte dei genitori e diventare autonomo. Tutti i suoi cinque elementi lo spingono a voler scegliere lui. I genitori invece devono capire cosa sta succedendo, e si, loro in modo attivo e ragionato, devono gestire la situazione e accompagnare il figlio nella realizzazione della sua autonomia. Questo non vuol dire che devono quindi fargli fare tutto quello che vuole, non ha ancora la capacità e l'esperienza per decidere in tutta autonomia, ma devono guidarlo senza il conflitto. Sbagliato è anche l'approccio:"tu non capisci niente, sei ancora un bambino".
Credibilità è la parola chiave, se i genitori vogliono avere credibilità nei confronti del figlio, vogliono essere ascoltati dal proprio figlio, per prima cosa devono darne a lui. Devono dargli credibilità. Confrontarsi veramente con lui, da pari, lasciandolo spiegare e chiedendo chiarimenti, dando la propria visione e che non sia evidenziare quello che della visione del figlio non va bene e ritenete sbagliato. Dare credibilità vuol dire riconoscere l'identità di una persona.
I genitori devono ogni giorno fare piccoli passi indietro nella gestione della vita del figlio, per permettere a lui di crescere e avere una propria vita. Avere una vita vuol dire avere un'identità.
Quello che spero di riuscire a fare coi miei figli, è accettare che diventeranno qualche cosa totalmente separata da me, con la loro vita e identità. Che faranno cose che io non farei, che penseranno cose che io non penserò. Lo so che vuol dire accettare di perdere parte del mio corpo/essere, cuore/emozione, cervello/ragione, pancia/istinto e anima/spiritualità ma solo così loro vivranno.
Quello che spero di riuscire a fare coi miei figli, è accettare che diventeranno qualche cosa totalmente separata da me, con la loro vita e identità. Che faranno cose che io non farei, che penseranno cose che io non penserò. Lo so che vuol dire accettare di perdere parte del mio corpo/essere, cuore/emozione, cervello/ragione, pancia/istinto e anima/spiritualità ma solo così loro vivranno.
mercoledì 7 settembre 2016
I figli sono la cosa più importante della famiglia? Certo, temporaneamente e a part-time.
I figli sono la cosa più importante della famiglia? Certo, temporaneamente e a part-time.
Un accenno in una discussione di ieri sera con amici, un articolo del Corriere sulla mancanza della voglia dei genitori di oggi di educare i figli, tante riflessioni già fatte in passato e ho deciso di scrivere qualche cosa in merito.
Argomento scottante, complesso e soprattutto "ogni scarrafone è bello a mamma sua", quindi alcune premesse. La prima, ognuno è libero di pensare e fare quello che vuole nella e della propria vita, l'importante è che non lo faccia dando fastidio agli altri. La seconda, questa è solo poco più di una riflessione sul ruolo dei figli e dei genitori nella famiglia, volutamente evitando anche minimi accenni al fertilityday, a uteri in affitto, ad adozioni per gli ultra 80enni, ecc. Terza premessa, lo so che la mia vita non è perfetta e consapevole di questo, penso spesso e qualche volta agisco per cercare di migliorarla e sono padre e figlio anche io.
Soprattutto qui non parleremo dell'immenso amore che ogni genitore ha per i propri figli e quello dei figli per i propri genitori. Qui parliamo di comportamenti, di relazioni fra persone che, vista la lunga durate della rapporto, cambiano e cambiano molto.
Soprattutto qui non parleremo dell'immenso amore che ogni genitore ha per i propri figli e quello dei figli per i propri genitori. Qui parliamo di comportamenti, di relazioni fra persone che, vista la lunga durate della rapporto, cambiano e cambiano molto.
Ultima premessa. I figli sono una cosa bellissima, avere dei figli è lo scopo ultimo dell'uomo sulla terra. Sì, siamo liberi di non farli, di essere felici nel non averli o tristi e incazzati perché non è nostro destino ma l'essere umano è da 2.8 milioni di anni sulla terra, fondamentalmente lottando per la sopravvivenza della specie attraverso la riproduzione. Cioè è sulla terra per far figli. Lo so, che ho semplificato molto e oggettivizzato ma almeno per i primi 2,7999 milioni di anni la maggioranza dei membri della nostra specie ha fatto fondamentalmente questo e per i primi 2,6 milioni di anni, lo hanno fatto tutti.
Partiamo da 0 + 1 mese. Vi risparmio la sala parto, il rientro a casa e i problemi a scaldare i primi biberon.
Adesso c'è un figlio ed è nato un mese fa, è il primo e ha tutto l'amore dei suoi genitori. Essendo il primo, quel mese per i genitori è sembrato 1 anno, dal secondo figlio si va in radice quadrata. Finalmente al 4° figlio, dice chi ha avuto il coraggio di farlo, torna la reale percezione del tempo. Dal 5° non si ricordano più i nomi dei figli nella sequenza corretta. Ai nonni, questo succede dal 3°.
Un anno di soli giorni, nel senso che di notti con il relativo concetto di sonno/riposo non se ne ricordano, sicuro per la mamma, se il padre è volontariamente collaborativo, neanche per lui. Comunque sono felicissimi, quando parlano del figlio, più o meno saranno 6+1 mesi che parlano solo di quello, i loro occhi si illuminano, i loro sguardi si incrociano e per i primi 6 mesi c'era anche un bacio di chiusura e una toccatina alla pancia. Nell'ultimo mese, uno dei due sta sicuramente cercando di fare qualche cosa per far smettere di piangere l'amato bambino. Qualcuno dice anche: "Povero... le coliche?", nel parlato non si pronuncia il "?". Per i non esperti, "coliche" è l'espressione sintetica di: "ma sta santa creatura che c'ha adesso da piangere? Ha mangiato, fatto i bisogni, gli abbiamo cambiato il pannolino, ha un chilo di fissan sul popo. Sarà mica posseduta?". Normalmente dal secondo mese compare una piccola croce d'oro appesa con una spilla nella culla. Io non so, ma magicamente alla comparsa della croce le coliche svaniscono. Calma, non preoccupatevi a breve arriveranno i dentini. Marito e moglie lottano ancora per avere un minimo di intimità, il ricordo delle notti di passione è ancora fresco, soprattutto per il, fra brevissimo nella storia, maniacochepensasoloaquello, e riescono anche a ritrovare attimi di armonia e desiderio. Attenzione!!!! Si rimane incinta anche se si allatta, non fate cavolate che poi, veramente, si complicato tutto. Date al nascituro il tempo di godersi la vita da solo, usate il preservativo.
I primi 2/3 anni sono molto impegnativi ma niente al mondo è più prezioso del primo sorriso di tuo figlio, e poi parla anche, cammina, ti chiama "papà" e altre mille bellissime cose. Indiscutibile, tuo figlio è la cosa più importante della tua vita. Dalla prima volta che l'hai visto, la famiglia è lui e poi loro.
Superate tutte le fatiche dei primi anni e primi figli, la relazione tra madre e padre torna ad esserci e molte volte anche civile. Ed ecco qui la prima grande evidenza, il primo grande segno del cambiamento nella relazione, nella famiglia. Non ci sono più una moglie e un marito ma una madre e un padre. E' chiaro, i ruoli sono cambiati, ed è giusto che sia così. Attenzione!!! Se i genitori, incominciano a chiamarsi anche fra di loro mamma e papà, basta finito il post, tutti a letto.
Altro segno evidente del cambiamento è come la famiglia cammina sul marciapiede, se è stretto, mamma davanti con passeggino e/o bambino più piccolo, altri figli dietro e papà che chiude la fila. Se il marciapiede è abbastanza largo. Genitori ai lati e figli in mezzo. Una volta era: marito e moglie affiancati, mano nella mano, sempre, qualsiasi fosse il tipo di marciapiede. Per quelli stretti, ovviamente il prode marito, in mezzo alla strada a rischiare la vita.
Stessa cosa la domenica mattina nel lettone, che ovviamente ha preso questo buffo e simpatico nome da quando ci sono i figli, prima si chiamava semplicemente "letto". Mamma e Papà ai lati e i figli nel mezzo, anche qui, come per il marciapiede, per una imprescindibile questione di sicurezza.
Passano gli anni, passano i decenni. Stesso argomento fra mamma e papà, i figli. Cambiano solo i numeri. Il numero dei figli, le taglie dei vestiti, il numero di scarpa, il numero della classe, il costo delle attività extra-scolastiche, il numero delle attività extra-scolastiche. Quarta, quinta o sesta malattia? Anche la medicina a un certo punto ha deciso di semplificare, dando i numeri.
Passa un ventennio. Arriva il momento del distacco, i genitori devono staccarsi dai figli. Devono trovare le giuste motivazioni per sopportare questo enorme sacrificio, devono trovare il modo per sopportare il non parlare più, solo e sempre, dei loro figli. Fortunatamente ancora per qualche anno, anche se i figli non vivono più in casa, si riesce a concentrare tutto su di loro ma passato un trentennio, soprattutto per la salute mentale dei figli, bisogna che mamma e papà cerchino qualche cos'altro per riempire i loro pensieri, la loro vita.
Le coppie miracolate, quelle che oltre a mettere la croce d'oro nella culla se l'erano appesa anche sopra il "letto matrimoniale", ritrovano i loro ruoli originali di marito e moglie e li ritrova l'equilibrio e lo scopo dell'essere famiglia. Perché, comunque, passato anche un quarantennio, quando i figli parlano di famiglia, non parlano più della loro mamma e del loro papà, parlano dei loro figli. Qui ci sta una bella lacrimuccia, ma è giusto così. Per natura, hanno cambiato il loro ruolo da figli a genitori, come hanno fatto tutti i genitori.
Ho iniziato dicendo che i figli sono la cosa più importante della famiglia "temporaneamente", perché lo sono per il tempo che ricoprono il ruolo principale di figli, quando diventano altro, allora è tempo di staccarsi e lasciarli vivere nel nuovo ruolo che avranno scelto. Per farlo bisogna con consapevolezza, forza e determinazione uscire dal ruolo principale di genitore. È molto difficile perché vuol dire trovarsi un nuovo ruolo principale da ricoprire. Trovarsi un nuovo scopo nella vita.
Scrivo anche che è "a part-time" perchè ogni genitore dovrebbe trovare il tempo di continuare a coltivare i propri ruoli secondari, le proprie passioni. Il ruolo dello sportivo, della lettrice, del tifoso, della cuoca o sarta. Soprattutto dovrebbe continuare a coltivare il ruolo di marito o moglie, proprio perchè quando dovrà abbandonare quello di genitore, potrebbe il forte rischio che sia costretto a ricoprire quello di "convivente di una persona sconosciuta".
giovedì 19 maggio 2016
Organizzarmi e usare l'agenda...
Ci sono. Non sono partito per nessun viaggio, mi devo solo organizzare meglio e tornerò a scrivere di più, ne ho bisogno. La mia voglia di fare, abbinata alla scarsa energia rende tutto leggermente complicato. Non c'è giorno che non aggiunga qualche nuovo progetto, attività, nella mia lista dei To Do, senza ovviamente togliere niente.
Il nostro cervello non ha il senso del tempo e ci permette di aggiungere cose da fare all'infinito. Mi capita spesso di svegliarmi la domenica mattina, dicendomi: "oggi voglio fare, questo, questo e quest'altro", poi arrivo alla sera avendo fatto un decimo delle cose che volevo fare alla mattina. Per questo è fondamentale organizzarsi definendo le priorità e le urgenze delle cose e poi mettere tutto nell'agenda.
In questi giorni, sto cercando di organizzare le idee, i progetti e le priorità per poi partire. Fondamentale è anche programmare il riposo, la stanchezza rende tutti gli sforzi di una buona organizzazione vani. Devo smettere di fare il supereroe, come in questi giorni. Faccio delle Dance Time senza energie che hanno come unico risultato il farmi demoralizzare.
Il nostro cervello non ha il senso del tempo e ci permette di aggiungere cose da fare all'infinito. Mi capita spesso di svegliarmi la domenica mattina, dicendomi: "oggi voglio fare, questo, questo e quest'altro", poi arrivo alla sera avendo fatto un decimo delle cose che volevo fare alla mattina. Per questo è fondamentale organizzarsi definendo le priorità e le urgenze delle cose e poi mettere tutto nell'agenda.
In questi giorni, sto cercando di organizzare le idee, i progetti e le priorità per poi partire. Fondamentale è anche programmare il riposo, la stanchezza rende tutti gli sforzi di una buona organizzazione vani. Devo smettere di fare il supereroe, come in questi giorni. Faccio delle Dance Time senza energie che hanno come unico risultato il farmi demoralizzare.
sabato 14 maggio 2016
Il tranello delle aspettative
Capita che programmiamo la nostra vita sulle aspettative. Scegliamo la scuola superiore per l'aspettativa di un lavoro ricco di soddisfazioni e soldi, ci sposiamo per l'aspettativa di una vita felice e piena d'amore. Scegliamo in base alle aspettative.
Quindi le aspettative sono un elemento molto importante nella nostra vita, direi quasi fondamentali. Basiamo molte delle scelte più importanti della nostra vita, proprio sulle aspettative, ma cosa sono le aspettative?
Visto la loro importanza, è giusto farsi questa domanda. Il Dizionario Garganti scrive: "quello che ci si aspetta", ed è proprio così, le aspettative sono quello che "aspettiamo" che succeda. Ovviamente le aspettative normalmente sono positive, tutti vorremmo che le conseguenze delle nostre scelte siamo cose positive per noi. Passiamo molto tempo a pensare alle aspettative delle nostre scelte, anzi molte volte diamo più importanza all'aspettativa che alla scelta stessa. Questo succede spesso nel matrimonio, ci sposiamo già proiettati nell'aspettativa di ritrovarci con il nostro compagno, mano nella mano, a ottant'anni a godere di un tramonto spettacolare su una spiaggia tropicale. Vi ritrovate? Io si.
Ma attendere, aspettare è non fare, è non agire. Se basiamo le nostre scelte sulle aspettative, vuol dire scegliere e aspettare che qualche cosa, che qualcuno agisca per noi, per dare un risultato positivo alle nostre scelte. Aspettare vuol dire, proiettare il nostro qui e ora nel futuro, senza azione.
Per me, questo non funziona perché vuol dire delegare la nostra vita, vuol dire non vivere, sperare non mettendosi al centro, facendo passare il tempo in modo passivo senza agire.
Le scelte devono essere fatte per un obiettivo, non per un'aspettava. Scegliere per un' obiettivo, vuol dire anche definire le azioni necessarie per raggiungerlo. Le azioni sono il fare, fare noi, agire noi per la nostra vita. Definire un obiettivo, implica il definire il tempo di realizzazione. Scelgo una scuola perché voglio, entro qualche mese dal termine, lavorare in un determinato campo, e finito la scuola agisco perché questo succeda. Scelgo di stare con una persona perché ho l'obiettivo di essere felice qui e ora, da subito, nel presente, con quella persona e ogni giorno faccio qualche cosa io perché questo avvenga.
Vivere sulle aspettative, per me, vuol dire non vivere nel presente, vuol dire portare la nostra realtà nel futuro e li rimanere attaccati alle belle emozioni legate all' aspettative positive, con il rischio, certezza, che a un certo punto realizziamo di non aver veramente vissuto, e li nascono i problemi.
Regola: Non scegliamo per le aspettative, scegliamo per i nostri obiettivi e agiamo con il fare per raggiungerli. Dobbiamo essere noi i protagonisti della nostra vita.
lunedì 9 maggio 2016
I primi minuti sono stati un disastro, cadevano le connessioni....
E’ evidente che imparo più facilmente facendo o guardando
fare. Mi è molto più difficile imparare leggendo le nozioni. Non sono uno da
prima la teoria e poi la pratica. E’ sempre stato così, credo che la cosa sia
legata alla mia dislessia e al problema di collegare le parole scritte con il
loro significato. Me la so cavare nel fai da te, perché da bambino ho guardato
per ore gli artigiani che venivano in casa per i vari lavori, e qui ringrazio
mia mamma che ogni 3 anni rifaceva metà casa.
Sapete come funzionano i miei post, mentre scrivo, ragiono.
Sto riflettendo sul fatto che una delle cose che mi piace di più nella vita, è
il fare, ma il fare con l’obiettivo di migliorare le cose, il fare per avere alla fine un
risultato.
Sicuramente questo è dovuto alle tante ore
passate a guardare mio Padre che lavorava. Ho poca memoria di lui che faceva
lavori ripetitivi, ho tantissima memoria di lui che pensava, provava,
progettava, studiava e faceva qualche cosa per migliorare le sue aziende.
Come ho scritto, ho passato anche tante ore a guardare gli
artigiani che venivano e che facevano qualche cosa per migliorare la
casa. L’elettricista che metteva delle nuove luci, l’idraulico che installava
un nuovo lavandino o il falegname che costruiva una nuova libreria. Il lavoro
degli artigiani è quello di migliorare le cose, attraverso la loro esperienza e
sapere e la loro capacità nel fare, soprattutto con le mani.
A me piace fare quando ho come risultato qualche cosa che
migliora la situazione di partenza. Molte volte mi incasino nel fare, perché non
ho le competenze, l’esperienza e la capacità ma ci ho sempre provato, e nel
provare qualche cosa ho fatto e imparato.
Forse è anche un discorso di impazienza. Mi metto in testa
che voglio qualche cosa e non ho la pazienza di aspettare, di trovare qualcuno
che faccia la cosa per me. Mi ci metto e provo io. Qualche esempio? Le prime
radio che ho montato sulla mia macchina. Non volevo portare la macchina
dall’elettrauto e quindi ci ho provato. Prima di capire l’importanza di
collegare i poli in modo corretto, qualche finale l’ho bruciato anche io. O
quando, preso dal trip del radio-amatore, ho montato una antenna stellar, 6
metri di altezza, da solo cadendo rovinosamente dal tetto. Alla fine l’antenna
era un po’ storta, perché caduta con me, ma per qualche anno ha svettato sul
camino di casa nostra. Quando ho fatto la rete telefonica dell’ufficio di mio
padre ad Arese o la prima rete dati in quelli di Abbitegrasso e Lurisia.
Miracolosamente funzionanti. O come l’altra settimana, quando mi sono messo a
sistemare la rete dati/telefonica di questa casa.
E’ un pregio/difetto, pregio perché qualche volta riesco a
fare quello che voglio, difetto perché altre volte mi incasino e sono poi
costretto a sistemare i danni.
Però la voglia di fare è più forte della paura di
incasinarmi, della paura di sbagliare.
Perché questo ragionamento sul mio imparare con il fare?
Perché questa sera ho trasmesso in contemporanea la Dance Time su Periscope e
su Live di Facebook e mi sono incasinato. I primi minuti sono stati un disastro,
cadevano le connessioni. Diciamo che non è filata liscia ma alla fine, in
qualche modo, ci sono riuscito. Questo ragionamento, perché mi sono chiesto:
“sei stanco, hai gli occhi a pezzi, chi te l’ha fatto fare di incasinarti con
questa cosa?” La risposta è quanto scritto sopra, per me il fare è uno stimolo
fortissimo.
mercoledì 4 maggio 2016
Vivere vuol dire emozionarsi...
Una delle considerazioni che maggiormente mi ha cambiato il
modo di vedere le cose, di vedere la mia vita e il mondo, è l’evidenza che noi
viviamo a emozioni. Belle emozioni come la felicità, la soddisfazione, la
realizzazione, l’eccitazione, la serenità, l’amore. Emozioni neutre, come
l’apatia, la noia e brutte emozioni come la tristezza, la rabia, la sofferenza,
la delusione, l’odio.
Provate ad andare nella vostra memoria, troverete dei
ricordi associati a immagini ma soprattutto associati a emozioni. Immagini che
vi riporteranno a delle emozioni belle, brutte o neutre. Provate ad andare
anche nel vostro futuro, quando pensate a cosa potrà accadere, immaginate
sempre delle situazioni legate a immagini ed emozioni.
Vivere nel presente, nel qui e ora, vuol dire vivere
nell’emozione del momento. Tutto quello che noi consideriamo mondo reale, le
cose che ci circondano, le persone con cui parliamo e interagiamo, alla fine si
traducono in momenti di emozione per noi.
La vita è un susseguirsi di emozioni.
I nostri 5+1 sensi raccolgono le informazioni dal mondo
esterno, il cervello le elabora e le trasforma in emozioni.
Se vivere, vuol dire emozionarsi, per quanto mi riguarda, ho
deciso che voglio vivere belle emozioni. Voglie essere felice e cercherò nel
mondo esterno a me quelle cose che saranno strumento per la mia felicità. Già
la consapevolezza di essere vivo è un’evidenza oggettiva che diventa strumento
di felicità.
sabato 30 aprile 2016
Che male, cavolo si è rotta la spalla... (12 Aprile 2015 poco più di un anno fa)
12 Aprile 2015, poco più di un anno fa.
Dai, fatta!!!
Dai, fatta!!!
Che male, cavolo si è
rotta la spalla, senti come brucia. Non riesco a muoverla. Adesso ci dobbiamo
tirare su, non abbiamo fiato. Stendi il braccio, allunga la mano, prendi la
corda con il fiocco arancione. Se non ci raddrizziamo, non ci tirano giù. Cxxxo
che male. Perché l’abbiamo fatto.
Anche questa è fatta, adesso passa il male. Ancora 2
centimetri e prendiamo la corda… fatto.
Che male, la spalla è
sicuramente rotta.
Goditi che ce l’abbiamo fatto, adesso ci tirano giù. Per il
braccio vedremo. Ok, salvi.
Cxxxo, sbrigati a
toglierci l’imbragatura che vogliamo muovere il braccio e alzaci in piedi…
proprio a noi doveva capitare l’apprendista con l’istruttore. Dobbiamo anche
fare la facci di chi si è divertito.
Ce l’abbiamo fatta!!!! Goditi quello, non è da tutti.
Abbiamo superato la paura di buttarci.
Cxxxo dici. Adesso
goditi tu la scarpinata nel bosco per tornare su. Con i tuoi polmoni non
arriveremo mai al ponte, pensa che figura di mxxxa quando arriverà quello dopo
e ci vedrà svenuti nel bosco… che coxxxxni. Ottimo lavoro, complimenti.
La smetti! Volevamo, dovevamo farlo e l’abbiamo fatto. Ne
avevamo paura, abbiamo affrontato la paura con il coraggio e ci siamo buttati.
E… e cosa abbiamo
dimostrato? Adesso abbiamo sicuramente una spalla rotta, non riusciremo a
salire fino al ponte senza svenire, chiameremo Yara a Houston, e le diremo: “lo
so che già ti sei incazzata perché settimana scorsa mi sono buttato con il
paracadute senza dirti niente ed è andata bene. Oggi invece mi sono buttato dal ponte,
bellissimo, ma… mi sono rotto una spalla.” e lei, giustamente, ci insulterà, ricordandoci la nostra responsabilità sui bambini.
Abbiamo dimostrato che le paure ci sono ma si possono
affrontare con il coraggio, abbiamo dimostrato che i nostri limiti arrivano
dalle nostre paure e che per superarli dubbiamo avere il coraggio di farlo.
E una spalla rotta, il
casino che adesso dovremo affrontare con tutti? Per arrivare a casa dobbiamo
fare 200 chilometri, ma con la spalla rotta come facciamo?
Chi ha detto che la spalla è rotta? Fa male ma forse si è
solo slogata o stirato il muscolo. A casa ci arriviamo, abbiamo le marce automatiche e
useremo il sinistro, se ci farà ancora male la spalla andremo al pronto soccorso. Goditi l’aver fatto una cosa speciale e passo dopo passo
arriveremo al ponte, poi alla macchina e alla fine a casa.
Lo sai che tutti
diranno che abbiamo fatto una caxxata, Yara, la Mamma, molti in ufficio non lo
diranno ma lo penseranno. Hanno ragione, alla nostra età cosa dovevamo
dimostrare? Abbiamo due figli bellissimi e noi abbiamo rischiato la nostra vita
per cosa? Siamo dei coxxxxxni.
E’ tutta la vita che decidiamo cosa fare e cosa non fare, pensando
a cosa dicono e pensano gli altri di noi. Stiamo facendo questa cosa, proprio
perché abbiamo deciso di metterci al centro della nostra vita, decidere noi per
noi. Ricordi?
Siamo stati un bravo figlio, un bravo marito, un bravo capo,
perché abbiamo sempre deciso per quello che gli altri si aspettavano da noi.
Non volevamo deluderli, guidavamo la nostra vita secondo i loro valori.
Ricordi?
Ci abbiamo messo 43 anni a capirlo ma adesso lo abbiamo
capito. Non voglio passare il resto della mia vita a buttarmi dai ponti, questo
è un momento di rottura, soprattutto per imparare ad affrontare le paure con il
coraggio, le paure che la malattia ci ha lasciato, ma anche perché dobbiamo
fare quello che vogliamo “noi”, dobbiamo metterci al centro della nostra vita,
anche se in questo momento con scelte estreme.
Non vuol dire egoismo, tutt’altro, vuol dire consapevolezza
che nessuno può veramente decidere per il nostro bene, perché nessuno ci
conosce veramente. Non ci conosciamo noi, come possiamo pensare che ci conosca
qualcun altro. Conoscerci, nel senso di sapere cosa ci fa veramente felice.
Chi scegli per noi, usa i suoi valori, usa i suoi parametri
per decidere cosa è bene e male per noi ma i suoi parametri non sono i nostri.
Oltre al fatto che comunque qualsiasi cosa abbiamo fatto non
è mai andata bene veramente agli altri. Per gli altri, non siamo stati un bravo
figlio, un bravo marito e un bravo capo quanto avrebbero voluto. Perché le persone valutano i fatti
degli altri, le proprie intenzioni e vorrebbero un mondo perfetto. Lo facciamo anche noi ma ne abbiamo preso coscienza e
cerchiamo di superare anche questo limite delle intenzioni e fatti.
Ma perché lo vuoi
fare? Perché vuoi metterci al centro? Io stavo bene in quella vita, anzi,
abbiamo vissuto senza porci il problema della scelta. Sceglievamo in base a
quello che volevano e si aspettavano gli altri da noi. Decidere è difficile e
se lo facciamo noi, dobbiamo anche assumerne la responsabilità. Quando le cose
andavano bene, eravamo tutti felici e quando andavano male, avevamo anche la
bella scusa che non era colpa nostra ma di tizio o caio che “ci aveva fatto
scegliere quella cosa”. Facile, nessuna fatica nello scegliere, nessuna
responsabilità e in più facevamo anche felici gli altri.
Ok, se ti va bene non vivere, ma la malattia ci ha fatto
capire, con l’evidenza che dobbiamo morire, che siamo nati per vivere e vivere
vuol dire scegliere e fare, scegliere per noi e fare. Se non scegliamo per noi,
vuol dire non vivere la nostra vita ed è quello che noi abbiamo deciso di non volere.
Sì, prima era molto più facile, vivere senza scegliere per
noi è molto più facile. Ci evita di capire veramente cosa vogliamo dalla nostra
vita e soprattutto ci toglie la responsabilità della scelta fatta. E’ quello che
fanno moltissime persone. Scelgono secondo quello che è giusto per la società,
giusto per gli altri, senza riflettere su cosa vogliono veramente, e poi se le
cose vanno male è colpa di qualcuno altro. Meglio di così? Zero fatica, zero
responsabilità. Peccato che alla fine siamo tutti tristi, incazzati e
demoralizzati. Peccato che alla fine non viviamo, ci lasciamo vivere…
Gran bei discorsi, ma
parliamo della spalla, della salita, del tornare a casa, di quello che dirà
Yara e la Mamma. Non dovevamo buttarci! Io me lo sentivo che sarebbe andata
male. Ci sarà stato un motivo se le ultime due cifre dei chilometri sul
cruscotto, quando abbiamo parcheggiato, erano 1 e 3… 13, ci sarà stato un
motivo se al posto di buttarci alle 12.30 come da programma, ci siamo buttati
alle 13.20… 13. Tutto diceva che non dovevamo farlo. Ti ricordi la nostra
vocina cosa ci ha detto quando l’istruttore ci ha detto “metti fuori le punte
dei piedi” e noi abbiamo guardato giù? Ci ha detto “Alessandro cosa cxxxo stai
facendo?” e noi che non l’abbiamo ascoltata e ci siamo buttati.
Non ci siamo schiantati, quindi è andato tutto bene. Ce
l’abbiamo fatta. La spalla guarirà. Con calma, passo dopo passo,
respiro dopo respiro, mettendoci tutto il tempo di cui avremo bisogno, saliremo
fino al ponte. Lasceremo che Yara e la Mamma, e tutto gli altri, dicano quello
che vogliono. Se ci vogliono bene e ascolteranno a cuore aperto i motivi per
cui ci siamo buttati, ci capiranno e continueranno a volerci bene. Se non sarà
così, il problema è loro non nostro. Il discorso “dei segni”, del 13 e tutto il
resto, è solo legato a quello a cui da attenzione il nostro cervello in
determinati momenti. Ogni istante della nostra vita, veniamo sottoposti a milioni di informazioni e il nostro cervello decide di elaborarne ed evidenziarne
solo alcune. Quando compriamo una macchina nuova, per qualche settimana non
vediamo che quel modello, sembra che tutti abbiamo comprato la nostra stessa
macchina. Quando ti nasce un figlio, camminando per la città vedi solo carrozzine
e mamme in cinta. Tutto il mondo ha deciso di fare figli quando l’ho hai fatto
tu. Non è così, è il nostro cervello che sta evidenziando solo determinate cose
di tutto quello che vede. Se viviamo un momento di dubbio e paura, come quello
che abbiamo vissuto prima di lanciarci, il nostro cervello ci evidenzia tutta
una serie di segni per spingerci a non fare quella cosa. Per lui la paura è
sopravvivenza, è evitare un pericolo. Per questo che abbiamo bisogno del
coraggio per sbloccare il nostro cervello e superare la paura. La paura è un
valore positivo, per milioni di anni è stato il nostro strumento principale di
sopravvivenza. Senza paura ci saremmo fatti sbranare dalle belve, ci saremmo
bruciati con il fuoco e ci saremmo buttati dai dirupi… Il 13 è si un segnale, è
il segnale che abbiamo paura di qualche cosa e che per superarla abbiamo
bisogno del coraggio per farlo. Se affronti la vita con positività, ti accorgerai che il tuo cervello inizierà a evidenziarti un sacco di cose " fortunate".
Sembra che la cosa più importante per te sia cosa dicono e pensano
gli altri di noi? Lo so che abbiamo bisogno di una nostra identità sociale, che
quello che dicono gli altri ha un peso su di noi ma prima di tutto ci deve
interessare quello che NOI diciamo e pensiamo di NOI, e solo dopo, ci deve interessare quello che
gli altri dicono e pensano di NOI. La vita è la nostra. Abbiamo deciso di metterci al centro della nostra vita e lì
dobbiamo restare. Accettiamo che gli altri possano pensare che stiamo facendo una cosa sbagliata ma andiamo avanti con le nostre convinzioni. Questo non solo per il fatto che ci siamo buttati da un ponte, questo per tutto quello che faremo nella vita.
Ti ricordi cosa abbiamo deciso qualche settimana fa? Abbiamo
deciso che quello che facciamo e faremo, lo facciamo e faremo per cercare di
dare un mondo migliore a Xander e Kiki. Abbiamo deciso di dedicare la nostra
vita a questo. Il “nostro” agire qui e ora per “un mondo migliore per loro”. Per
far questo abbiamo deciso di partire dal cercare di trasmettergli i nostri
valori e sappiamo che se non siamo noi i primi ad applicarli, non saremo mai credibili e non potremo trasmetterli. Più che ascoltare, loro vedono cosa
facciamo. Quindi non possiamo agire secondo i valori degli altri. Se vogliamo che
siano felici, dobbiamo per primi noi agire per essere felici. Se vogliamo che decidano
loro per la loro vita, e non seguano invece quello che gli dice la società, gli
dicono gli amici e noi stessi, dobbiamo essere i primi noi a metterci al centro
delle nostre decisioni. Ti ripeto, che mettersi al centro, decidere noi della
nostra vita, non vuol dire essere egoisti, vuol dire decidere con i nostri
valori, secondo quello che per noi è giusto e soprattutto prendendoci la
responsabilità di quello che facciamo, mettendoci al centro del nostro
cambiamento.
Belle parole e nei
fatti!
Direi che buttarsi da un ponte, possiamo definirlo un fatto
o sbaglio? E guarda che siamo arrivati in cima al ponte, e siamo a due fatti. Quando arriveremo a casa, a tre.
Cambiare la nostra vita, vuol dire semplicemente cambiare un
fatto dopo l’altro… il difficile è il primo passo e forse per noi è stato
fregarcene della vocina che ci diceva “Alessandro che cazzo stai facendo!”
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