Non amo particolarmente la sensazione di volare, anzi mi fa paura, ed è proprio per questo che voglio farmi crescere le ali, in particolari quelle di un gabbiano, quelle del gabbiano Jonathan Livingston. Le ali di un gabbiano libero.
Non sono ali fisiche, di ossa, carne e piume. Sono ali per la mente, ali per liberarmi dalle mie paure, dai miei limiti, dalle mie convinzioni e blocchi. Ali che mi permettano di volare più in alto, di vedere le cose in modo più distaccato, in modo più completo, che mi permettano di vedere più lontano, di vedere orizzonti più vasti.
Ali di gabbiano, ali di libertà.
Noi siamo come ci vediamo, noi siamo quello che crediamo di essere, siamo le nostre convinzioni e i nostri limiti. Creiamoci le ali per volare via, per liberarci e finalmente essere quello che voglio essere.
Domenica mattina, fa caldissimo ma la brezza che entra dalla
finestra aperta è un bel sollievo. Di fondo il silenzio, interrotto solo dai
rumori del bosco e dal foglio appeso alla parete che sventola. Qualche uccellino
mi da il segno di non essere l’unico essere vivente nel mio qui e ora. C’è
anche una mosca che mi ronza intorno, segno dell’evidenza che il mondo non è
perfetto.
Vorrei raccontare la mia esperienza di ieri, per tutti ma soprattutto
per Xander e Kiki ma oggi non so da dove iniziare. Non so dove cercare, se
cercare nel cuore, nella testa o nell’anima. Del resto l’esperienza è un
momento di vita, elaborato dalla testa, valorizzato dal cuore e assorbito
dall’anima. Senza i tre elementi non è vita. Dimenticavo, c’è anche il corpo,
strumento necessario e di grande valore, e nella mia esperienza di ieri di
grande impatto.
Sono le 20 di venerdì sera, sono in giro per Cuneo e fa
caldo, e per me il caldo è energia del fare. La stessa fisica quantistica dice
che il calore è l’evidenza del movimento e quindi della vita e del passare del
tempo. Vi consiglio di leggere “Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli
per approfondire l’argomento.
E’ stata una giornata particolare. Un viaggio di 500km in
mattinata, spero per un accordo di grande valore, e poi le ultime ore del
pomeriggio in un’atmosfera strana, quella dell’intensità che da senso al tempo.
I bambini e Yara sono al mare, so che sono in vacanza e in
un posto che a loro piace tantissimo. Non ho rimorsi di non essere con loro, siamo
stati insieme ieri, e quindi mi sento libero. Mi sento di avere la vita nelle
mie mani. Casualmente ho in macchina lo zaino con il cambio per 1 giorno, che
allarga i miei orizzonti di 24 ore. Ho anche le medicine, il mio coltellino
svizzero e il pieno nella macchina. E’ molto più forte la voglia di fare
qualche cosa che quella di tornare nell’appartamento delle terme, da solo.
Decido, prendo l’autostrada e parto all’avventura. Ho la
certezza di voler fare qualche cosa da ricordare, ho qualche idea sulla meta ma
nessun programma. Sono libero.
Si parte all'avventura.
Con Paolo, avevamo organizzato di andare a vedere la
passerella ideata e realizzata dall’artista Christo sul lago di Iseo, proprio per
l’alba di venerdì mattina, sia per lo spettacolo sia per evitare il caldo e la
grande folla. Era tutto organizzato ma all’ultimo momento l’hanno chiusa per
manutenzioni straordinarie, facendo saltare i nostri piani. Andarci da solo mi
dispiace, è tradire l’accordo con Paolo. So però che non avrò altre occasioni,
settimana prossima avrò tutte le mattine impegnate dal ciclo di terapia in
ospedale e la passerella chiude definitivamente domenica prossima.
Deciso, vado a Sulzano a vedere la passerella di Christo.
Sono giorni che scrivono sui giornali di tutti i disagi
legati al grande afflusso, parlano di code, blocchi e tempi lunghissimi. Io non
voglio fare code, soprattutto al sole, non posso prenderlo a causa della GVH,
conseguenza del trapianto di midollo. Non ho vogli e fisico. L’alba non potrò
vederla, perché riaprirà solo alle 6 dopo la manutenzione nella notte, ma
voglio essere tra i primi a salirci per godermi la passeggiata al fresco e
senza folla.
Non ho idea di come è organizzata la cosa, so solo che non
ci si può avvicinare in macchina, in moto e nemmeno in bicicletta. Si può
arrivare a Sulzano solo coi mezzi pubblici, le navette che partono dai vari
parcheggi o a piedi. Mio obiettivo è fare la passerella, il prima possibile per
evitare il sole e la calca. Al come ci penserò durante il viaggio, ho 330 km per
pensarci.
E poi cosa faccio? Ho un giorno d’avventura tutto mio e devo
riempirlo.
Scorro mentalmente la mia lista dei desideri e subito trovo
il volo d’angelo. L’attraversata di una valle appesi a un cavo con una
carrucola. Mi ero già informato e lo fanno vicino a Sondrio. Cuneo è
lontano da Sondrio, il lago di Iseo è lontano da Cuneo, quindi Sondrio e il
lago di Iseo sono vicino. Deduzione non proprio corretta ma decido che alla
prima sosta in Autogrill cercherò su internet. Ho voglia di fare, ho voglia di
fare per poi poter anche raccontare.
Riflessione: È giusto voler fare per poi poter anche raccontare?
Non si dovrebbe vivere per noi e basta?
So e ho scritto e detto tantissime volte che la vita è la
nostra e non ci devono guidare i giudizi degli altri. Il nostro corpo, il
nostro cuore, la nostra testa e la nostra anima sono i giudici più importanti
della nostra vita. Allora perché io voglio fare anche per poter raccontare, e in
qualche modo avere un giudizio anche degli altri?
Dobbiamo essere noi al centro della nostra vita, il nostro
giudizio su noi stessi è più importante di quello degli altri ma questo non
vuol dire isolarsi, siamo comunque animali sociali, animali che vivono in
branco, in comunità, e quindi è anche nostra necessità e valore vivere questa
comunità, raccontandoci. Essere parte di una comunità
è un valore importantissimo, ci ha permesso di sopravvivere per milioni di anni
alle ostilità del mondo, e oggi ci permette di condividere le esperienze nostre
e degli altri, rendendo più ricca la comunità e noi stessi.
Mi fermo a mangiare, telefonino alla mano vedo che posso
prenotare il volo per domani. Nel mio totale ottimismo prenoto per le 11, non
sapendo assolutamente quanto tempo ci vuole ad andare a Sondrio da Iseo.
Fortunatamente la prenotazione non va a buon fine, rifletto e vado a vedere su
google map quanto sono distanti Sondrio e Iseo. Non sono vicine quanto pensassi
ma a occhi, neanche così lontane. Rifaccio la prenotazione per le 13, che
costa anche meno.
Arrivo a Iseo, il mio passato da esploratore dell’8°
Reggimento di cavalleria “Lanceri di Montebello” mi aiuta a capire qual è il
parcheggio più vicino per poi poter andare a Sulzano a piedi, fortunatamente per
la mia tranquillità, è anche quello che si trova fra la stazione dei
carabinieri e quella della polizia. Le navette inizieranno a circolare solo
alle 6, quando aprirà anche la passerella, ma io voglio arrivare prima e non c’è altra alternativa che andarci a
piedi. Sono circa 5 km. Non ci penso più di tanto e decido di dormire in
macchina, aumentando ancora di più l’effetto avventura.
Nonostante la passerella avesse chiuso alle 22, c’è ancora
gente che sta arrivando a piedi da Sulzano. Questo mi crea qualche dubbio sul fatto che
non sia così vicino come penso.
Sono le 00.15 e ipotizzando un’ora a piedi per arrivare alla
passerella, metto la sveglia alle 4.15. Sono un può stressato dai tempi, la
paura è di infilarmi nel casino della calca facendo saltare il mio piano di
andare a Sondrio.
Tutte le macchine parcheggiate vicino a me, hanno dentro
persone che dormono o si stanno preparando per dormire. Stendo il sedile del
passeggero, mi tolgo le scarpe e mi addormento.
La mia camera da letto per questa notte.
Alle 4 mi sveglio, mi scappa la pipi. Situazione non
prevista. Nel totale rincoglionimento ipotizzo le varie soluzioni. Farla vicino
alla macchina no, tutta la zona del parcheggio è illuminata dai lampioni della
strada e vedo che ci sono già delle persone che stanno iniziando ad andare a
piedi a Sulzano. Ho alcune bottiglie vuote in macchina, provo alcune posizioni
ma c’è solo il rischio di fare un gran casino. Anche se era una buona
soluzione, riempivo la bottiglia e poi uscivo e la svuotavo vicino a un albero.
Rimane la soluzione di allontanarmi in cerca di un posto non illuminato.
Scendo, fa caldo. C’è una leggera brezza ma fa caldo. 20 metri e supero
l’imprevisto. Sono le 4.15, sono sveglio e c’è già diversa gente in movimento.
Rinuncio a cercare di rimettermi a dormire ma soprattutto inizia lo spirito di
competizione per arrivare fra i primi. Preparo lo zaino il più leggero
possibile, pendo la medicina per la tiroide, cambio le scarpe e chiudo la
macchina. Si parte. E’ ancora buio.
E’ più lungo di quanto pensassi, arrivo verso le 5.15 e ci
sono già 300 persone in coda. La camminata è stata bella, fatta con un paso
deciso per cercare di superare quelli davanti e per non farsi superare da quelli
dietro. Pochissimo spirito di gruppo, tantissimo spirito di competizione.
Vedendo i bivacchi, capisco che molti hanno passato lì la
notte. Sono quasi tutti ragazzi del posto, l’accento è abbastanza
caratteristico, molti con un buon tasso di alcol in corpo che si capisce sia da
come sbiascicano le parole sia e soprattutto dalle lattine di birra vuote.
Sono stanco, fisicamente sento le poche ore di sonno ma
soprattutto i 5 km a piedi a buon passo, e non sono di buon umore. Non ho
ancora fatto colazione. Pessime premesse per affrontare la massa calcante di
persone in coda. Accetto che il mondo è imperfetto e che nonostante i mille
cartelli di divieto, ci sono persone che fumano, alcune addirittura scavalcano
le transenne per saltare un po’ di coda.
Alle 5.45 inizia a muoversi la coda, avanziamo a tratti e
alle 6.15 sono finalmente sulla passerella.
I 300 che mi aspettavano
Lo spettacolo e le sensazioni sono bellissime. Rimane comunque
un velo di stress per la stanchezza, la paura di raffreddarmi, sono sudato e
tira vento, e per voler arrivare a Sondrio in tempo. Non sono molto lucido, sono
focalizzato nel fare i circa 10km fra andata e ritorno il più veloce possibile.
L’obietto è il fare più che il godere.
Riflessione: L’obiettivo è il fare più che il godere. Qui ho
sicuramente sbagliato, mi sono lasciato prendere dallo stress di non riuscire a
fare quello che mi ero programmato, di non riuscire ad andare a Sondrio per il
volo d’angelo. Non era concentrato su quello che stavo vivendo ma sui vari
scenari futuri. Non stavo sicuramente vivendo. I miei sensi erano settati
sull’allerta, continuavo a mettermi e togliermi la felpa per paura di sudare
troppo ma anche di non prendere troppo vento. Le sensazioni analizzate non
erano quelle del bello ma quelle del pericolo. Ero sicuramente più concentrato
nel raggiungere la meta che nel godere del viaggio.
7.25, fra i primi finisco il giro. All’ingresso c’è la calca
che temevo, fortunatamente non è la mia calca. Mangio una brioche, prendo una
bottiglia d’acqua e finisco la colazione prendendo le mie pastiglie. Parte della mia stanchezza e la poca lucidità sono causate
dalla disidratazione, non bevo da ieri sera e ho camminato per 14 km.
Quelli che stavano iniziando quando ho finito io e il temporale sullo sfondo.
Le mie pillole del mattino.
Non
voglio ma soprattutto non ce la faccio a tornare alla macchina a piedi.
Fortunatamente tutto è tornato operativo, aspetto qualche minuto e arriva
l’autobus di linea. Alle 8 salgo in macchina, sono soddisfatto e felice.
All’orizzonte un temporale (che qualche ora dopo costringerà il prefetto di
Brescia a sgombrare e chiudere la passerella). Metto sul navigatore Fly
Emotion, 144 km e 2 ore e 19 minuti.
Parto. Qualche difficoltà per uscire da Iseo per le tante
macchine che stanno arrivando e cercando parcheggio. Il viaggio mi sembra
lunghissimo, gli ultimi chilometri fuori dall’autostrada, infiniti. Sono
evidentemente stanco ma mi congratulo con me, mi dico che le motivazioni sono
più forti del fisico e permettono di superare la stanchezza. Sono felice.
Faccio gli ultimi 10km di tornanti. Nella valle il sole ma
sulle vette nuvole. Così anch’io, nel cuore l’energia del fare ma la mente è
offuscata e il corpo stanco.
Alla mia sinistra la valle e alla mia destra la montagna,
realizzo che dovrò lanciarmi nel vuoto da quella cima per attraversare quella
valle. Panico, ho paura, cerco di controllarmi. Cerco di aggrapparmi al fatto
che mi sono già lanciato, anche da più in alto, e senza un cavo attaccato alla
schiena. Mi dico che quando sarà il momento, sarò più forte della mia paura e
mi lancerò. Solo una settimana fa, ho superato la paura di camminare sui
carboni ardenti. C’era la paura ma da lei ho tratto l’energia per il coraggio
di fare il primo passo. Distolgo il pensiero, ma ogni volta che il mio sguardo
trova il vuoto al di là del guardrail, un pugno nello stomaco.
Arrivo a destinazione, passo vicino al trampolino di lancio.
Panico. Nella mia testa inizia ad affiorare tutta una serie di
considerazioni/giustificazioni per non farlo. “Sono troppo stanco”, “sta
arrivando il temporale”, “ma chi me lo fa fare?” e “se poi va male?”. Scuse per
non farlo che conosco bene, sono le stesse di quando sono arrivato a Veglio
Mosso per fare bungee jumping. Alla fine ce l’ho fatta e ho saltato dal ponte,
ed è questo che mi convince a non andare via.
Sono le 10.30 e io ho prenotato per le 13. Parcheggio e decido di
trovare un bar per un caffè, di avvisare che ci sono e poi di tornare in
macchina per dormire un po’.
Arrivo all’accoglienza del Fly Emotion. Mi registro e sto
per tornare in macchina, la mia speranza è di recuperare forze ma soprattutto
motivazione con un po’ di riposo, quando la ragazza mi avvisa che mi ha
anticipato il lancio, si è liberato un posto e in 10/15 minuti mi avrebbero
chiamato. Gestisco il panico e faccio finto di niente, addirittura la
ringrazio.
Una voce dice “Guarda, sta iniziando a piovere” e la ragazza
risponde “non preoccuparti, sono temporali, durano 10 minuti”. Ok, adesso è
veramente panico. Il mio cervello inizia a catalogare e a elencare uno per
volta tutti i possibili scenari più catastrofici: quello base, “si rompe la
fune e mi schianto”, poi “un fulmine colpisce la fune e arrostisco”, “al lancio
l’adrenalina è talmente tanta che mi viene un infarto”, e qui prendo anche
coscienza che il mio cuore non è più in forma come al lancio dal ponte, e così via
fino al “il volo va bene ma mi bagno e poi mi viene una polmonite”. Fortunatamente
non ho neanche il coraggio di scappare.
Da “sta iniziando a piovere”, in pochi minuti si passa a
“c’è una tempesta”. Sono a pezzi, ho bisogno di sedermi, trovo un divano. Inizia
il conflitto interiore: mollare o resistere. Il divano peggiora la situazione
perché inizia anche la lotta per non addormentarmi. Doveva essere una cosa
bellissima e si è trasformata in un incubo.
Passano i minuti e fuori il tempo non migliora, inizio a
darmi delle scadenze. Se non smette fra 10 minuti rinuncio. Passano i 10
minuti, ancora diluvio ma non voglio ammettere la sconfitta e altra scadenza e
così fino alle 12.30. Fuori ancora diluvio. Deciso, mi alzo, vado dalla ragazza
e dico che rinuncio. Vuole convincermi ad aspettare ancora, resisto e mi
rimborsa i soldi per la telecamera e mi dice che mi arriverà un’email con le
istruzioni per cambiare la data del volo.
Salgo in macchina, sono deluso. Arrivo in valle e c’è il sole, questo aumenta il
mio senso di sconfitta, se avessi aspettato, magari sarebbe uscito veramente il
sole. Adesso mi sento di essere anche un codardo che oltre ad aver rinunciato è
anche scappato.
Il rientro è lunghissimo, mi fermo anche a dormire un paio
d’ore all’autogrill di Novara, ma questo non fa altro che peggiorare il senso
di confusione. Arrivo a Lurisia verso le 18 e agisco per automatismi, ho
veramente perso il controllo del mio fare.
La fine dell'avventura.
Salgo in casa, mi faccio una doccia
e mangio una mela. Mi metto a letto con l’intenzione di guardare un film.
Mi arriva un messaggio, apro gli occhi, sono le 9 di
domenica mattina.
Conclusione: Ho commesso un errore, per la mia voglia di
vivere, di fare, ho dato troppo peso alla mente e al suo obiettivo, perdendo il
cuore e l’anima. Ho commesso anche l’errore di non essere umile con me stesso,
ho chiesto al mio corpo quello che non poteva darmi.
Noi siamo un equilibrio di cuore, mente, anima e corpo. Tutti
e quattro questi elementi sono importantissimi per vivere e godere della vita,
per dare valore alla vita e al qui e ora, il tempo della nostra vita.
L’insegnamento è semplice, non conta la quantità di cose che
si fanno, conta la qualità delle cose che si fanno nella vita. Per voler far
troppo si rischio di perdere il senso e il valore di quello che si fa. La
prossima volta darò ascolto a tutti e quattro gli elementi del mio essere.
12 Aprile 2015, poco più di un anno fa. Dai, fatta!!!
Che male, cavolo si è
rotta la spalla, senti come brucia. Non riesco a muoverla. Adesso ci dobbiamo
tirare su, non abbiamo fiato. Stendi il braccio, allunga la mano, prendi la
corda con il fiocco arancione. Se non ci raddrizziamo, non ci tirano giù. Cxxxo
che male. Perché l’abbiamo fatto.
Anche questa è fatta, adesso passa il male. Ancora 2
centimetri e prendiamo la corda… fatto.
Che male, la spalla è
sicuramente rotta.
Goditi che ce l’abbiamo fatto, adesso ci tirano giù. Per il
braccio vedremo. Ok, salvi.
Cxxxo, sbrigati a
toglierci l’imbragatura che vogliamo muovere il braccio e alzaci in piedi…
proprio a noi doveva capitare l’apprendista con l’istruttore. Dobbiamo anche
fare la facci di chi si è divertito.
Ce l’abbiamo fatta!!!! Goditi quello, non è da tutti.
Abbiamo superato la paura di buttarci.
Cxxxo dici. Adesso
goditi tu la scarpinata nel bosco per tornare su. Con i tuoi polmoni non
arriveremo mai al ponte, pensa che figura di mxxxa quando arriverà quello dopo
e ci vedrà svenuti nel bosco… che coxxxxni. Ottimo lavoro, complimenti.
La smetti! Volevamo, dovevamo farlo e l’abbiamo fatto. Ne
avevamo paura, abbiamo affrontato la paura con il coraggio e ci siamo buttati.
E… e cosa abbiamo
dimostrato? Adesso abbiamo sicuramente una spalla rotta, non riusciremo a
salire fino al ponte senza svenire, chiameremo Yara a Houston, e le diremo: “lo
so che già ti sei incazzata perché settimana scorsa mi sono buttato con il
paracadute senza dirti niente ed è andata bene. Oggi invece mi sono buttato dal ponte,
bellissimo, ma… mi sono rotto una spalla.” e lei, giustamente, ci insulterà, ricordandoci la nostra responsabilità sui bambini.
Abbiamo dimostrato che le paure ci sono ma si possono
affrontare con il coraggio, abbiamo dimostrato che i nostri limiti arrivano
dalle nostre paure e che per superarli dubbiamo avere il coraggio di farlo.
E una spalla rotta, il
casino che adesso dovremo affrontare con tutti? Per arrivare a casa dobbiamo
fare 200 chilometri, ma con la spalla rotta come facciamo?
Chi ha detto che la spalla è rotta? Fa male ma forse si è
solo slogata o stirato il muscolo. A casa ci arriviamo, abbiamo le marce automatiche e
useremo il sinistro, se ci farà ancora male la spalla andremo al pronto soccorso. Goditi l’aver fatto una cosa speciale e passo dopo passo
arriveremo al ponte, poi alla macchina e alla fine a casa.
Lo sai che tutti
diranno che abbiamo fatto una caxxata, Yara, la Mamma, molti in ufficio non lo
diranno ma lo penseranno. Hanno ragione, alla nostra età cosa dovevamo
dimostrare? Abbiamo due figli bellissimi e noi abbiamo rischiato la nostra vita
per cosa? Siamo dei coxxxxxni.
E’ tutta la vita che decidiamo cosa fare e cosa non fare, pensando
a cosa dicono e pensano gli altri di noi. Stiamo facendo questa cosa, proprio
perché abbiamo deciso di metterci al centro della nostra vita, decidere noi per
noi. Ricordi?
Siamo stati un bravo figlio, un bravo marito, un bravo capo,
perché abbiamo sempre deciso per quello che gli altri si aspettavano da noi.
Non volevamo deluderli, guidavamo la nostra vita secondo i loro valori.
Ricordi?
Ci abbiamo messo 43 anni a capirlo ma adesso lo abbiamo
capito. Non voglio passare il resto della mia vita a buttarmi dai ponti, questo
è un momento di rottura, soprattutto per imparare ad affrontare le paure con il
coraggio, le paure che la malattia ci ha lasciato, ma anche perché dobbiamo
fare quello che vogliamo “noi”, dobbiamo metterci al centro della nostra vita,
anche se in questo momento con scelte estreme.
Non vuol dire egoismo, tutt’altro, vuol dire consapevolezza
che nessuno può veramente decidere per il nostro bene, perché nessuno ci
conosce veramente. Non ci conosciamo noi, come possiamo pensare che ci conosca
qualcun altro. Conoscerci, nel senso di sapere cosa ci fa veramente felice.
Chi scegli per noi, usa i suoi valori, usa i suoi parametri
per decidere cosa è bene e male per noi ma i suoi parametri non sono i nostri.
Oltre al fatto che comunque qualsiasi cosa abbiamo fatto non
è mai andata bene veramente agli altri. Per gli altri, non siamo stati un bravo
figlio, un bravo marito e un bravo capo quanto avrebbero voluto. Perché le persone valutano i fatti
degli altri, le proprie intenzioni e vorrebbero un mondo perfetto. Lo facciamo anche noi ma ne abbiamo preso coscienza e
cerchiamo di superare anche questo limite delle intenzioni e fatti.
Ma perché lo vuoi
fare? Perché vuoi metterci al centro? Io stavo bene in quella vita, anzi,
abbiamo vissuto senza porci il problema della scelta. Sceglievamo in base a
quello che volevano e si aspettavano gli altri da noi. Decidere è difficile e
se lo facciamo noi, dobbiamo anche assumerne la responsabilità. Quando le cose
andavano bene, eravamo tutti felici e quando andavano male, avevamo anche la
bella scusa che non era colpa nostra ma di tizio o caio che “ci aveva fatto
scegliere quella cosa”. Facile, nessuna fatica nello scegliere, nessuna
responsabilità e in più facevamo anche felici gli altri.
Ok, se ti va bene non vivere, ma la malattia ci ha fatto
capire, con l’evidenza che dobbiamo morire, che siamo nati per vivere e vivere
vuol dire scegliere e fare, scegliere per noi e fare. Se non scegliamo per noi,
vuol dire non vivere la nostra vita ed è quello che noi abbiamo deciso di non volere.
Sì, prima era molto più facile, vivere senza scegliere per
noi è molto più facile. Ci evita di capire veramente cosa vogliamo dalla nostra
vita e soprattutto ci toglie la responsabilità della scelta fatta. E’ quello che
fanno moltissime persone. Scelgono secondo quello che è giusto per la società,
giusto per gli altri, senza riflettere su cosa vogliono veramente, e poi se le
cose vanno male è colpa di qualcuno altro. Meglio di così? Zero fatica, zero
responsabilità. Peccato che alla fine siamo tutti tristi, incazzati e
demoralizzati. Peccato che alla fine non viviamo, ci lasciamo vivere…
Gran bei discorsi, ma
parliamo della spalla, della salita, del tornare a casa, di quello che dirà
Yara e la Mamma. Non dovevamo buttarci! Io me lo sentivo che sarebbe andata
male. Ci sarà stato un motivo se le ultime due cifre dei chilometri sul
cruscotto, quando abbiamo parcheggiato, erano 1 e 3… 13, ci sarà stato un
motivo se al posto di buttarci alle 12.30 come da programma, ci siamo buttati
alle 13.20… 13. Tutto diceva che non dovevamo farlo. Ti ricordi la nostra
vocina cosa ci ha detto quando l’istruttore ci ha detto “metti fuori le punte
dei piedi” e noi abbiamo guardato giù? Ci ha detto “Alessandro cosa cxxxo stai
facendo?” e noi che non l’abbiamo ascoltata e ci siamo buttati.
Non ci siamo schiantati, quindi è andato tutto bene. Ce
l’abbiamo fatta. La spalla guarirà. Con calma, passo dopo passo,
respiro dopo respiro, mettendoci tutto il tempo di cui avremo bisogno, saliremo
fino al ponte. Lasceremo che Yara e la Mamma, e tutto gli altri, dicano quello
che vogliono. Se ci vogliono bene e ascolteranno a cuore aperto i motivi per
cui ci siamo buttati, ci capiranno e continueranno a volerci bene. Se non sarà
così, il problema è loro non nostro. Il discorso “dei segni”, del 13 e tutto il
resto, è solo legato a quello a cui da attenzione il nostro cervello in
determinati momenti. Ogni istante della nostra vita, veniamo sottoposti a milioni di informazioni e il nostro cervello decide di elaborarne ed evidenziarne
solo alcune. Quando compriamo una macchina nuova, per qualche settimana non
vediamo che quel modello, sembra che tutti abbiamo comprato la nostra stessa
macchina. Quando ti nasce un figlio, camminando per la città vedi solo carrozzine
e mamme in cinta. Tutto il mondo ha deciso di fare figli quando l’ho hai fatto
tu. Non è così, è il nostro cervello che sta evidenziando solo determinate cose
di tutto quello che vede. Se viviamo un momento di dubbio e paura, come quello
che abbiamo vissuto prima di lanciarci, il nostro cervello ci evidenzia tutta
una serie di segni per spingerci a non fare quella cosa. Per lui la paura è
sopravvivenza, è evitare un pericolo. Per questo che abbiamo bisogno del
coraggio per sbloccare il nostro cervello e superare la paura. La paura è un
valore positivo, per milioni di anni è stato il nostro strumento principale di
sopravvivenza. Senza paura ci saremmo fatti sbranare dalle belve, ci saremmo
bruciati con il fuoco e ci saremmo buttati dai dirupi… Il 13 è si un segnale, è
il segnale che abbiamo paura di qualche cosa e che per superarla abbiamo
bisogno del coraggio per farlo. Se affronti la vita con positività, ti accorgerai che il tuo cervello inizierà a evidenziarti un sacco di cose "fortunate".
Sembra che la cosa più importante per te sia cosa dicono e pensano
gli altri di noi? Lo so che abbiamo bisogno di una nostra identità sociale, che
quello che dicono gli altri ha un peso su di noi ma prima di tutto ci deve
interessare quello che NOI diciamo e pensiamo di NOI, e solo dopo, ci deve interessare quello che
gli altri dicono e pensano di NOI. La vita è la nostra. Abbiamo deciso di metterci al centro della nostra vita e lì
dobbiamo restare. Accettiamo che gli altri possano pensare che stiamo facendo una cosa sbagliata ma andiamo avanti con le nostre convinzioni. Questo non solo per il fatto che ci siamo buttati da un ponte, questo per tutto quello che faremo nella vita.
Ti ricordi cosa abbiamo deciso qualche settimana fa? Abbiamo
deciso che quello che facciamo e faremo, lo facciamo e faremo per cercare di
dare un mondo migliore a Xander e Kiki. Abbiamo deciso di dedicare la nostra
vita a questo. Il “nostro” agire qui e ora per “un mondo migliore per loro”. Per
far questo abbiamo deciso di partire dal cercare di trasmettergli i nostri
valori e sappiamo che se non siamo noi i primi ad applicarli, non saremo mai credibili e non potremo trasmetterli. Più che ascoltare, loro vedono cosa
facciamo. Quindi non possiamo agire secondo i valori degli altri. Se vogliamo che
siano felici, dobbiamo per primi noi agire per essere felici. Se vogliamo che decidano
loro per la loro vita, e non seguano invece quello che gli dice la società, gli
dicono gli amici e noi stessi, dobbiamo essere i primi noi a metterci al centro
delle nostre decisioni. Ti ripeto, che mettersi al centro, decidere noi della
nostra vita, non vuol dire essere egoisti, vuol dire decidere con i nostri
valori, secondo quello che per noi è giusto e soprattutto prendendoci la
responsabilità di quello che facciamo, mettendoci al centro del nostro
cambiamento.
Belle parole e nei
fatti!
Direi che buttarsi da un ponte, possiamo definirlo un fatto
o sbaglio? E guarda che siamo arrivati in cima al ponte, e siamo a due fatti. Quando arriveremo a casa, a tre.
Cambiare la nostra vita, vuol dire semplicemente cambiare un
fatto dopo l’altro… il difficile è il primo passo e forse per noi è stato
fregarcene della vocina che ci diceva “Alessandro che cazzo stai facendo!”
Anche oggi la sintesi del video del #18mq Dance Time. In modo scoordinato, senza filo logico, altre mie di considerazioni. Ribadisco che NON sono la verità assoluta, sono il miei pensiero di questo momento della mia vita...
Mi piacerebbe qualche vostra riflessione, qualche vostro commento alle mie idee. Fatemi vedere che ci siete, fatemi sapere cosa pensate, è importantissimo il confronto, altrimenti il mondo non lo cambieremo mai.
Visto che le sessioni di #18mq Dance Time, nella sua vita in Periscope ha solo 24 ore di vita, eccovi sotto una sintesi di quello di oggi. Manca tutta la parte dell'interattività e dei cuoricini ma fa capire, a chi non riesce a vedermi in diretta o in replay, cosa faccio in quella mezz'oretta.
Ho deciso di pubblicarlo anche perché questo, ha anche un po' di contenuto... ma ricordatevi, se va tutto bene, domani ci troviamo tutti per ballare alle 11.45 circa su @ainve di Periscope!!!!
Il video ha una piccola intro, dedicata ai miei figli, per spiegargli cosa è. Fa parte del materiale de Il Mio Manuale di Vita...
Periscope nasce per essere un momento di vita, e non una storia. Dopo 24 ore i video si cancellano. Molti però non riescono a seguirmi e quindi eccovi i primi 15 minuti di oggi....
Nei mesi scorsi ho collaborato con le associazioni cuneese per promuovere la donazione del sangue, midollo e organi. Sono andato nelle scuole e ho cercato di spiegare l'importanza dell'atto di donare il sangue. Se andate indietro nei post ne trovate alcuni relativi a quell'esperienza.
Bene oggi, quelle parole sono diventate vita per me. Nel video si vede la mia prima trasfusione di globali rossi.
ATTENZIONE!!! SI SCONSIGLIA LA VISIONE A CHI HA PROBLEMI CON IL SANGUE!